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INTRODUZIONE di mons. Casare Polvara, Presidente della Commissione preparatoria del Sinodo Diocesano.
Quando una Chiesa diocesana deve prendere decisioni importanti per la sua identità e la sua missione, sovente si riunisce in Sinodo. Il termine "sinodo" - dal greco syn (insieme) e odos (cammino) - significa letteralmente "convegno", "adunanza". Lo scopo di tale "convenire" non è giungere a una decisione democratica, dove la maggioranza del popolo ha diritto di indicare la via per tutti, ma è discernere insieme i desideri dello Spirito Santo, ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. E lo Spirito di Cristo parla soprattutto attraverso i "segni dei tempi" e le persone ripiene della sua grazia. Ecco perché il Sinodo, in un contesto di preghiera e di ascolto della Parola di Dio, prevede sempre anche una consultazione del popolo di Dio, un discernimento spirituale comunitario, in vista di un nuovo cammino comune ed ecclesiale. In questa ottica, prima di ripensare la struttura diocesana nella forma delle unità pastorali – scelta particolarmente rilevante per il futuro della Chiesa bresciana - il vescovo Luciano ha ritenuto opportuno convocare un Sinodo particolareIl tema delle unità pastorali non è certamente nuovo per la nostra diocesi. Si è iniziato a parlarne ufficialmente già con il documento approvato dal Consiglio presbiterale del 2 febbraio 2002. Nel frattempo sono state istituite l'unità pastorale del Centro storico (con nove parrocchie e un presbitero coordinatore) e quella di Botticino (con tre parrocchie e un unico parroco). Altre parrocchie stanno camminando da tempo in vista della loro costituzione in unità pastorale. Il Sinodo, che certamente farà tesoro di queste prime esperienze, prevede tre tappe, che costituiscono "insieme" l'evento del "Sinodo": la riflessione e la consultazione delle comunità cristiane; l'assemblea sinodale; il documento post-sinodale con le indicazioni normative del Vescovo. Il presente testo, elaborato dalla "Commissione antepreparatoria", ha lo scopo di aiutare le comunità cristiane a vivere intensamente la prima tappa del cammino. In modo particolare: la Lettera del Vescovo e la prima parte di questo Strumento per la riflessione e la consultazione diocesana si pongono al servizio della riflessione e della catechesi; mentre la seconda parte offre spunti e sollecitazioni per la consultazione. La terza parte, poi, indica alcuni momenti fondamentali del cammino diocesano in vista dell'assemblea sinodale. Nel frattempo verrà istituita una Segreteria del Sinodo, con un duplice compito: da un lato preparare e spedire alle comunità il materiale necessario per la riflessione e la consultazione; dall'altro, raccogliere il frutto del confronto e della consultazione diocesana da presentare alla Commissione sinodale che, alla luce delle osservazioni pervenute, redigerà un nuovo testo da offrire alla discussione ed all'approvazione dell'assemblea sinodale. Lo Spirito del Cristo risorto accompagni con la sua luce e la sua grazia questo anno sinodale, perché la nostra Chiesa, in ascolto del suo Signore, diventi sempre di più la comunità dei discepoli che, nella fede e nella comunione, danno ragione della speranza che è in loro.
Il presidente della Commissione mons. Cesare Polvara
LETTERA DEL VESCOVO
Carissimi, mi è stato suggerito di spiegare al presbiterio e alla diocesi le motivazioni che mi spingono e gli obiettivi che mi riprometto con il prossimo Sinodo sulle unità pastorali. E lo faccio volentieri con questa lettera. La nostra pastorale è fondata da secoli sulla parrocchia e sul parroco strettamente legati tra loro. La Chiesa locale (la diocesi) è articolata in parrocchie e ciascuna parrocchia è assegnata a un parroco che ne è pastore proprio e ne ha quindi piena responsabilità. Naturalmente possono darsi delle collaborazioni – soprattutto in momenti di particolare necessità: confessioni generali o sagre patronali – ma la relazione parrocchia-parroco rimane assoluta ed esclusiva: nella parrocchia il parroco è tutto, fuori della parrocchia è niente. Questa definizione pastorale ha avuto degli enormi meriti: ha permesso anzitutto una presenza capillare della Chiesa sul territorio, la vicinanza continua alle singole famiglie nei momenti importanti della vita. Il parroco era sentito (e in alcune parrocchie è ancora sentito) come uno di casa. Questo stile di servizio ha favorito nei parroci il senso di responsabilità e ha prodotto esperienze di dedizione ammirevole al ministero. Si pensi, ad esempio, a quel modello straordinario che è il santo Curato d'Ars. Siamo però testimoni e attori, oggi, di cambiamenti profondi che obbligano a ripensare la situazione. La mobilità delle persone è notevolmente aumentata e oggi quasi tutti si allontanano dalla loro residenza per andare a scuola o al lavoro o al luogo di divertimento; spesso a casa rimangono solo gli anziani. Attraverso la radio e la televisione il mondo intero entra nelle singole case e le persone diventano consapevoli di drammi che si svolgono fisicamente lontano; si aggiunga internet attraverso cui il singolo utente naviga nel mondo intero alla ricerca di ciò che lo interessa e costruisce legami con persone diverse. Il territorio rimane ancora un elemento essenziale per definire l'identità della persona e della famiglia, ma ormai non è più il riferimento unico o decisivo. Se vogliamo seguire le persone e agire sul loro vissuto dobbiamo creare una pastorale che attraversi i diversi luoghi in cui le persone vivono e s'incontrano. Molto si è fatto con quella che veniva chiamata 'pastorale d'ambiente' – pastorale scolastica, pastorale del lavoro e così via. Ma le trasformazioni sono più profonde di quanto la pastorale d'ambiente riesca a cogliere. In secondo luogo l'ecclesiologia (e l'insegnamento del Vaticano II) ci ha insegnato l'importanza decisiva della comunione per cogliere il senso della Chiesa. La parrocchia, come espressione di Chiesa, riesce a comprendere la sua identità e a vivere la sua missione solo se rimane aperta in modo vitale alle altre parrocchie e alla Chiesa particolare (la diocesi); i confini mantengono un significato giuridico prezioso, ma non possono diventare limiti invalicabili per l'azione pastorale. Insistere troppo sull'identità parrocchiale e dimenticare la comunione diocesana fa perdere alcuni elementi preziosi dell'ottica di comunione. Infine la diminuzione del numero dei preti rende impossibile l'affidamento di ogni parrocchia a un parroco come nel passato. Dal punto di vista del territorio le scelte diventano: o eliminare le piccole parrocchie o affidare più parrocchie a un singolo parroco. Entrambe queste soluzioni non soddisfano perché sono troppo rigide e inevitabilmente producono spazi sempre più ampi non raggiunti dall'attività pastorale. La creazione di unità pastorali non risolve tutti questi problemi. Mi sembra, però, che aiuti ad affrontarli meglio perché va nella linea di una maggiore flessibilità. Si spezza il legame rigido parrocchia-parroco e se ne crea uno più ampio: unità pastorale (quindi un insieme di più parrocchie) ed équipe pastorale (quindi un insieme di presbiteri e di altri operatori pastorali). Questo permette una maggiore valorizzazione delle attitudini di ciascun operatore (prete giovane o prete anziano o diacono o catechista….) entro una visione unitaria di servizio. Nello stesso tempo questa articolazione pastorale favorisce la vita comune dei presbiteri (che non è e non diventerà un obbligo ma è un'opportunità preziosa che risponde a reali bisogni), la collaborazione e la corresponsabilità (perché c'è un programma pastorale che può essere fatto solo sollecitando il servizio di molti; e se molti debbono operare insieme diventa più facile che riflettano e decidano e verifichino insieme), l'attivazione di abilità nuove (un parroco, per quanto geniale, non riesce a fare tutto quello che una comunità umana oggi richiede; si pensi anche solo al mondo di internet o all'attenzione alle dinamiche del mondo giovanile). Come dicevo, sono ben lontano dal ritenere che le unità pastorali siano la soluzione dei problemi pastorali attuali. I cambiamenti richiesti sono ben più profondi e si radicano nella cultura del mondo contemporaneo. Ma sono convinto che le unità pastorali sono un elemento della soluzione e che, se fatte bene, possono favorire una trasformazione di tutto il tessuto pastorale, possono stimolare l'impegno di molti. Il rischio è che l'unità pastorale sia percepita e vissuta come un'altra forma dell'accorpamento delle parrocchie e in questo modo si verifichi quella rarefazione della presenza sul territorio che vorremmo invece evitare. Per questo abbiamo bisogno di accompagnare la formazione delle unità pastorali con forme di capillarità che facciano capire e vedere alla gente che la Chiesa c'è, che è accanto a loro, che li cerca, che si mette al loro servizio. La pastorale contemporanea ha inventato (sta inventando) una molteplicità di forme di presenza di questo genere: i gruppi di ascolto del Vangelo, le cellule di evangelizzazione, le comunità famigliari, le piccole comunità di base e così via. Le forme sono molteplici ma nascono tutte da un bisogno sentito che è quello della prossimità. In una comunità cristiana ci si deve sentire prossimi gli uni degli altri; non ci possono essere persone o famiglie che nessuno ha in nota; bisogna che ogni battezzato senta di essere parte viva della comunità. E tutto questo si può ottenere solo con uno sforzo grande di prossimità. In particolare capisco che le unità pastorali non sono la soluzione ultima della pastorale cittadina. La città è un sistema unico con dinamiche proprie e la pastorale deve cercare di intrecciare questo sistema di vita nei suoi gangli vitali, i luoghi di incontro, i flussi di spostamento delle persone. Questo pone un problema che, mi sembra, non siamo ancora in grado di affrontare e di risolvere. In ogni modo, sono convinto che l'articolazione della diocesi in unità pastorali vada nella direzione giusta e che quindi di questo si possa e si debba discutere per giungere – se abbiamo un sufficiente consenso – a una decisione. Credo di avere già detto a sufficienza che non si tratta di cambiare in modo traumatico l'articolazione della diocesi. Si tratta di definire un traguardo da porre davanti al nostro cammino in modo che le diverse decisioni che si prenderanno in futuro non siano scoordinate, ma si muovano verso una meta precisa, con un ritmo calmo ma anche con progressione continua. Il motivo poi per cui desidero prendere questa decisione in un Sinodo si rifà alla tradizione della Chiesa. Il Sinodo fa parte della tradizione più antica della vita ecclesiale ed esprime nel modo migliore quel dinamismo di comunione che deve innervare tutte le scelte della Chiesa. La Chiesa non è una democrazia nella quale il potere appartiene al popolo e viene eventualmente gestito attraverso l'elezione di rappresentanti. Ma la Chiesa non è nemmeno una monarchia assoluta nella quale il potere appartiene al re e ai sudditi è lasciato solo il dovere dell'esecuzione fedele. La Chiesa è comunione gerarchica: le decisioni appartengono al Vescovo, ma il processo che conduce alle decisioni deve coinvolgere tutta la comunità. Tutti i battezzati sono portatori della sapienza del Vangelo e sono mossi dallo Spirito santo. Sarebbe stolto non ascoltare chi ha realmente (anche se non tutto) il dono dello Spirito; sarebbe arrogante pensare di avere in modo completo questo dono senza il bisogno di confrontarsi con gli altri. Certo, un cammino di comunione non semplifica i passi e per certi aspetti può renderli anche più difficili. Solo se tutti sono davvero in ascolto dello Spirito, cercano non di prevalere ma di contribuire a formare una convinzione condivisa, sono liberi da impulsi di orgoglio e di autoaffermazione… solo in questo caso la logica sinodale si rivela vincente perché rende tutti davvero corresponsabili. Il cammino sinodale funziona bene solo se è accompagnato da umiltà, saggezza, desiderio di comunione, servizio fraterno. La scelta di fare un Sinodo è una scommessa: scommetto sulla maturità di fede della Chiesa bresciana. Sono convinto che sia una Chiesa matura, capace di riflettere nella pace e nella fraternità; capace di decidere senza animosità e senza parzialità; capace di accettare le decisioni senza risentimento. La sfida è tanto più importante nel contesto culturale attuale che non è certo incline alla sinodalità ma piuttosto allo scontro a trecentosessanta gradi. Se la Chiesa bresciana riesce a fare trionfare lo spirito sinodale sullo spirito di contrapposizione e contrasto obbedisce allo Spirito e nello stesso tempo immette nella società preziosi valori di comunione. Intendo quindi il Sinodo come un momento solenne della vita diocesana, ma non come un momento straordinario. Vorrei, piuttosto che la logica sinodale entrasse nel vissuto quotidiano delle nostre comunità e che la celebrazione di Sinodi finisse per apparire cosa normale. Non è un 'evento', come oggi si dice; è una funzione normale dell'esistenza diocesana. Questi sono i motivi della scelta di fare un Sinodo. Non sono ancora in grado di determinare i tempi della celebrazione perché non vorrei che una definizione prematura impedisse la riflessione calma e il contributo di tutti. Per di più nel 2012 si celebrerà a Milano l'Incontro mondiale delle famiglie che coinvolgerà anche le diocesi della regione. Staremo attenti a che le due celebrazioni non s'intralcino a vicenda. Con questi intendimenti pubblicherò tra qualche settimana il decreto che indice il Sinodo secondo gli esisti della consultazione fatta in tutte le zone pastorali; e chiedo a tutti di vivere questo momento di grazia con fede e con gioia.
(Giovedì santo, 21 aprile 2011 Brescia – Chiesa Cattedrale)
Il vostro vescovo
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