Riflessioni : ottobre 2025

 

   padre   Ermes Ronchi

riflessioni

fonte: https://blog.smariadelcengio.it/

 


26 10 2025

    XXX Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo."

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14

 


 

QUESTIONE DI STELLE

 

Due personaggi salgono al tempio a pregare: un fariseo devoto e buon cittadino, che paga le decime anche più di quanto dovuto, digiuna il doppio di quanto richiesto, e prega. E un pubblicano, un pubblico trasgressore della legge, uomo di denaro e di potere.
Il primo, ritto davanti all’altare, inizia ringraziando, ed è il modo giusto; ma poi sbaglia tutto, perché non fa che innalzare un monumento a se stesso; non vuole provare ad alzare la sua vita all’altezza di Dio, ma abbassare Dio alla sua misura.
E raddoppia lo sbaglio aggiungendo: io non sono come gli altri, tutti imbroglioni, ladri, falsi, disonesti. Io sono molto meglio. Ma non si può lodare Dio e disprezzare i suoi figli; è ateismo dire preghiere e al tempo stesso denigrare, umiliare, accusare.
Si possono osservare tutte le regole formali della religione, “ma guai a quelli che pagano la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e poi trasgrediscono giustizia, compassione, fedeltà” (Mt 23,23). Guai ai formalisti, che hanno cura per le più piccole rubriche e disprezzo per l’uomo.
Ed ecco il pubblicano, un grumo di umanità ricurva in fondo al buio del tempio, e della sua vita: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Non sa neanche tanto cosa dire, ma mette in campo tutto: corpo, cuore e voce; ne fa uscire una supplica, dove sorge un piccolo termine che cambia tutto: «tu», «Signore, tu abbi pietà di me peccatore».
E sotto quelle parole affiora tutto il non detto di una vita: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, non sono contento. Vorrei essere diverso, ma non ci riesco, non ce la faccio ancora, ma tu abbi pietà e aiuta”.
Lui tornò a casa sua giustificato. Perché l’altro no?
Perché il fariseo ha continuato a far ruotare tutto attorno a un altro piccolo termine seduttore: ‘io’, io pago, io digiuno, io... In fondo non prega Dio, ma l’immagine di sé proiettata nel cielo, una maschera che deforma il volto di Dio.
La parabola ci rivela due regole della preghiera, semplici come quelle della vita.
1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o in comunità, tanto meno con Dio. Il tu viene prima dell’io.
2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.
Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si apre al sole, una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua vera onnipotenza.
Il fariseo non vuole assolutamente cambiare, lui è a posto, sono gli altri a essere sbagliati, e forse un po’ anche Dio.
Il pubblicano invece si batte il petto perché non è contento, vorrebbe cambiare la sua vita, su di una misura più alta. Non sa più dov’è la sua stella, l’ha persa e vuole incamminarsi a cercarla.
Se smetto di cercare la mia stella, per me finisce il cielo.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Tu eri lì
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  La mia preghiera elevo a te
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Cosa resta di me
Gen Rosso

cuffia1  Come un profumo
SDV Worship

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 


19 10 2025

    XXIX Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui."

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»

Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,1-8

 

 


 

COME VOLER BENE

 

Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
Oggi Gesù ci porta a scuola di preghiera da una vedova povera. Povera in tutti i sensi, una che non ha pane per vivere, non ha amore, non neppure più il diritto per farsi ascoltare.
C'era un giudice corrotto dal quale la vedova si recava ogni giorno chiedendogli: fammi giustizia contro il mio avversario!
Avanti e indietro, continuamente.
Insistere è voce del verbo “credere”.
Senza stancarsi mai... Ma chi di noi non si è stancato? Le preghiere si alzavano in volo come colombe dall’arca del diluvio, e nessuna tornava indietro a portare una fogliolina di risposta nel becco.
Certo che pregare stanca, certo che Dio stanca: è il suo silenzio che stanca. Ma tu non arrenderti al ritardo di Dio: il nostro compito non è interrogarci sul ritardo del sole, ma forzare l’aurora, come fa la piccola vedova.
Che però incarna una forza vincente: ha fede nella giustizia, nonostante tutte le smentite. Il miracolo vero è già accaduto, è la fame di giustizia che non cede al lungo silenzio del giudice. Questo è il modo primo e originale con cui Dio «fa giustizia prontamente».
Pregate sempre... Ma come si fa?
Pregare non equivale a dire le preghiere. Pregare è come voler bene. C’è sempre tempo per voler bene; se ami qualcuno, lo ami sempre; se sei amico lo sei sempre, qualsiasi cosa tu stia facendo.
“Il desiderio prega sempre, anche quando la lingua tace.
Se tu desideri sempre, tu preghi sempre” (S. Agostino).
Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera.
Quando uno ha Dio dentro, non occorre che stia sempre lì a pensarci.
La donna incinta, ama sempre il bimbo che vive in lei, anche se non ci pensa.
Pregate sempre è detto, e non pregate a lungo. Io non amo le preghiere lunghe, mi fanno sentire in colpa per le distrazioni che aumentano man mano che si allungano le preghiere.
Ma un giorno ho letto nelle storie dei Padri del deserto che uno dei grandi monaci, Evagrio il Pontico, diceva: «Non sentirti soddisfatto per il gran numero dei salmi che hai recitato: il numero getta un velo sul cuore. Vale di più una sola parola nell’intimità, che mille stando lontano».
Come quando si vuol bene, come quei momenti perfetti che ti tolgono il fiato, così la preghiera.
Dio non ama la quantità, ma l’intensità. Infatti, per la logica del vangelo gli spiccioli della vedova contano più delle ricche offerte dei ricchi, perché dentro i suoi due centesimi c’è tutto il dolore, c’è tutta la sua vita.
Una donna che non tace ci rivela che la preghiera è un ‘no’ gridato al ‘così vanno le cose’, è come il primo vagito di una storia nuova che nasce.
Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere!
“Io prego perché vivo e vivo perché prego” (R. Guardini). Non si prega per ottenere delle cose, ma per ottenere Dio da Dio. Pregare è abbassare la bocca alla fontana, Dio che intreccia il suo respiro con il mio.
Come, per due che si amano, il loro bacio. Il bacio di Dio.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Alza le braccia, apri il tuo cuore
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Preghiera
Pino Fanelli

cuffia1  La mia preghiera elevo a te
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Il mio cuore cerca te
Marco Guadin - Nuovi Orizzonti Music

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 


12 10 2025

    XXVIII Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di
questo straniero."

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 17,11-19

 


 

LA GUARIGIONE CHE NON SAI

 

Dieci lebbrosi a distanza, solo occhi e voce: Gesù, abbi pietà. Davanti al dolore in Gesù scatta un'urgenza di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più.
E infatti subito dice loro: Andate dai sacerdoti. Mettetevi in cammino.
Perché li manda via? Perché stanno già guarendo, anche se ancora non lo sanno, anche se ancora non lo vedono.
Il futuro entra in noi con il primo passo, prima ancora che accada; con il primo raggio di sole, con il primo seme che si apre.
A tutti noi Gesù dice “Kum!”. Alzati! Imperativo potente e indiscutibile.
Solo per questa scommessa di fiducia data a tutti, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro e non una guerra nucleare. Io lo credo.
Il mondo intero ha bisogno della nostra piccola fede di profeti, i quali credevano alla Parola di Dio più ancora che al suo attuarsi.
Una vergine partorirà, profetizza Isaia, ma lui non la vedrà.
Avrai più figli che stelle, ha detto ad Abramo. E Lui ci crede, fino alla fine, anche se ha un figlio solo, quell’Isacco che ha pure tentato di uccidere.
E a Mosè stesso, Dio farà vedere la terra promessa soltanto da lontano, regalandogli solo una struggente nostalgia.
Un Dio esigente con i suoi profeti?
“Sulla tua parola getterò le reti!”, aveva detto Pietro; “sulla tua parola ci mettiamo in cammino”, dicono i dieci piccoli lebbrosi, spalle al muro e piaghe aperte.
E mentre andavano, furono guariti.
E’ la strada ad essere guarigione, perché fermento di speranza. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando trova il coraggio di salpare. Lentamente, poco a poco, un piede dietro l’altro, e ad ogni passo una piccola goccia di guarigione.
La speranza è più forte dei fatti, li contesta e li attraversa. Non è la fede che si piega alla storia, è la storia che si piega alla speranza.
Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, un eretico, come modello di fede che salva. L'unico a cui Gesù dice: «la tua fede ti ha salvato». Ai nove che non tornano è invece sufficiente la guarigione, che li fa scomparire nel turbine della loro felicità.
Non tornano perché ubbidienti all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti.
E non vedono oltre.
Uno solo vede oltre le parole di Gesù.
E torna.
Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore.
Non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi eseguite, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla radice, trova la fonte e vi si immerge come in un lago. Non cerca doni, cerca il Donatore.
Come usciremo da questo vangelo? Io voglio tornare indietro come quel samaritano, e fare mia la madre di tutte le parole: “grazie”.
Torniamo indietro tutti, seguiamo la bussola del cuore e “affrettiamoci ad amare: le persone se ne vanno così in fretta!” (Ian Twardowski).
 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Cantiamo al Signor, grande nell'amor
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1   Io grido a te, Signore
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Fedele
LBN Worship

cuffia1  Non temere
Ester

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 


05 10 2025

    XXVII Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Se aveste fede!"

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 17,5-10

 

 


 

DALL'ESSERE UTILE ALL'ESSERE, E BASTA

 

Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone.
C'era una volta un ricco... e un povero alla sua porta: inizio da favola antica. Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell’amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora. Uno è sul tetto del mondo, l’altro è in fondo alla scala. I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.
È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo.
Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi, di toccarlo neppure l'idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani. Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l'Eterno.
“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separa­va dal povero, e invece l'ha ra­tificato e reso eterno.
Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?
Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.
Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.
L'eter­nità inizia quaggiù, sarà la len­ta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.
Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).
Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”
E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.
«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)». 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Loda il Signore anima mia
Gen Rosso

cuffia1   Anima mia loda il Signor
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Lui verrà e ti salverà
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Tra le tue braccia
SDV Worship (Official Videoclip)

 

 

Vignetta  della Domenica

 

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