LE DOMANDE DELLA FEDE

 

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La Pastorale Universitaria è un luogo privilegiato per vivere un fecondo dialogo tra fede e cultura, per imparare ad essere intelligenti, intus-legere, leggere in profondità la realtà e la vita. Per questo, in questo Anno della Fede, vogliamo raccogliere alcune delle domande che attraversano anche il mondo universitario e provare – in maniera sintetica, ma non banale – indirizzare una via di risposta.

 

Se la fede è dono di Dio, perché non tutti ce l'hanno?
Ma è "umano" credere?
Senza "credere" saremmo uomini?
Che cosa intendere precisamente con "credere"?
Credere in Dio è un salto nel buio?
Si può "provare" (l'esistenza di) Dio?
È "facoltativo" o "obbligatorio" credere in Dio?
Perché tanti non credono in Dio?
Ma è proprio vero il dibattito sul rapporto tra "fede" e "ragione"?
Ma allora, in sintesi, che cosa significa credere in Gesù?
 

Ma Gesù è esistito veramente?
Esistono testi non cristiani contemporanei alla vita di Gesù che ci parlano di lui?
Come facciamo a sapere che i vangeli ci dicono il vero sulla vita di Gesù?
Che cosa sono i vangeli apocrifi? E perché sono apocrifi?

Cos'è la "rivelazione" di Dio? cosa significa che Dio si rivela?
Dopo la rivelazione di Gesù ci possono essere ancora "nuove rivelazioni"?
Come si fa a scoprire quanto Dio vuole?

Se io obbedisco a Dio, posso dire di essere veramente libero?
Che cosa significa per un cristiano obbedire a Dio?
Come avviene e cosa succede quando si incontra Gesù?

 

 

 

Se la fede è dono di Dio, perché non tutti ce l'hanno?
A questa domanda sembra difficile o impossibile rispondere solo perché si pensa che la fede sia una "cosa", un "oggetto", una specie di "pacco regalo" che dipende solo da colui che fa il dono, e non anche da colui che lo riceve. Questo, infatti, il ragionamento: Dio è buono e fa a tutti – senza differenze – i suoi doni; un dono, è un qualcosa che viene fatto da uno (Dio) ad un altro (uomo); ma, allora, se la fede è un dono di Dio, visto che Dio è imparziale, perché alcuni… non ce l'hanno? Appunto: non ce l'hanno, come se la fede fosse una specie di cosa da avere.
Ma la fede non è una cosa, bensì una relazione di vita con Qualcuno; quindi non la si può "avere" indipendentemente dalla libertà e dalla volontà di entrambe le persone coinvolte (io e Dio). Credere, infatti, è entrare in relazione con Dio, seguirLo, costruire la vita sulla "roccia della sua Parola". E se l'uomo non lo vuole, se preferisce costruire la sua vita "sulla sabbia", Dio non costringerà nessuno controvoglia, non obbligherà a ricevere il dono del Suo Amore. Perché un'amicizia, un amore non li si possono imporre, li si possono solamente proporre. Per questo non solo non si può obbligare nessuno a credere in Dio, ma Dio stesso vuole essere accolto e scelto liberamente, non subìto: "se vuoi, vieni e seguimi".
Dicendo che la fede è "dono di Dio" si vuole affermare, quindi, che la fede segue la logica del "dono" e non del "mercato" (non è imposta a nessuno, chiama in causa la libertà sia dell'uomo sia di Dio); che Dio (Lui sì!) è sempre disponibile ad entrare in relazione con l'uomo, che lo ricerca e lo ama per primo; e, infine, che ogni momento dell'incontro tra Dio e l'uomo (dal suo inizio al suo sviluppo) è sempre avvolto da questa benevolenza di Dio che continua ad invitare l'uomo ad affidarsi a Lui, a credere in Lui come la Via, la Verità e la Vita.

 

Ma è "umano" credere?
Capita ancora che il credente si senta dire più o meno direttamente: "ma tu ci credi ancora?". Come se il "credere" fosse una "cosa" ormai passata, che eventualmente andava bene per la vita di qualche secolo fa, ma che non è certo l'atteggiamento dell'uomo à la page, di chi sa e conosce, di chi studia e si aggiorna. Ma il "credere" è una dimensione che appartiene ad uno stadio primitivo e infantile della vita dell'uomo – e che come tale, quindi, può e deve essere superata –, o è un segno di un'umanità matura e completa? Un uomo "che crede", è un uomo "vero", un adulto che affronta la vita, o è solo un "bambinone", che, siccome non ha il coraggio e la forza di "usare il cervello", continua ancora a "fidarsi"?
È possibile iniziare a trovare tracce di una risposta ponendo attenzione all'esperienza della vita quotidiana di ciascun uomo di oggi (e di sempre): senza "credere", senza "fiducia" non si può – letteralmente – vivere e l'esistenza diventa disumana. Le nostre giornate, infatti, sono vissute – e vivibili – proprio perché in gran parte… "ci si fida"! Ci si fida del fatto che il contenuto della scatola di pasta comprata al supermercato sia proprio quello indicato sulla confezione… e nessuno di noi si sognerebbe di non fidarsi e di portarla in un laboratorio chimico per "dimostrare" che è veramente così. Ci si fida del fatto che quando scatta il semaforo verde per noi, quelli che hanno il semaforo rosso si fermeranno e consentiranno il nostro passaggio… e nessuno di noi si sognerebbe di procedere ad un'analisi logica rigorosa per verificare se davvero questo avverrà. E gli esempi potrebbero continuare a iosa. Perché la stragrande maggioranza delle cose che facciamo durante la giornata, le facciamo non tanto perché "dimostriamo" tutto, ma perché ci fidiamo. Credere, dunque, è la "cosa" più umana di questo mondo e nessuno potrebbe vivere senza fidarsi.
La questione seria, allora, non sarà tanto quella di dire che una vita da "credente" è una vita un po' infantile… bensì, piuttosto, quella di vedere se la nostra fiducia è ben riposta o mal risposta, se le realtà – e ancor più – le persone cui accordiamo la nostra fiducia siano affidabili oppure no.

 

Senza "credere" saremmo uomini?
Si diceva che "credere" è la "cosa" più umana di questo mondo, perché nessuno potrebbe condurre la sua vita volendo "dimostrare" tutto, senza "fidarsi". Ancor più radicalmente, si deve dire che senza fidarci e affidarci non saremmo neppure diventati uomini. Mi spiego.
Dopo Freud e grazie anche alla psicoanalisi, abbiamo la possibilità di sapere con più precisione che il bambino può diventare uomo, può costruire la sua identità, solo e soltanto se si fida di legami parentali affidabili. Perché se ciò non avvenisse, si creano dei disagi (fino alle patologie più serie) con cui si rischia di dover fare i conti per tutta la vita. Non è quindi la "ragione" la qualità originaria e originante la vita dell'uomo: si diventa uomini solo fidandosi e affidandosi all'amore di papà e mamma (o chi ne fa le veci). La razionalità parte molto tempo dopo (e si tratta proprio di mesi e mesi successivi alla nascita!), non è la prima "cosa" che il bambino fa e di cui il bambino vive. Anzi: la razionalità diventa vivibile e umana, solo e soltanto se si può "appoggiare" su una dimensione di fiducia e di affidamento alla realtà. Un esempio cinematografico: A beautiful mind ha portato sugli schermi la vicenda di un grande matematico che aveva una razionalità lucidissima, ma che non riusciva a vivere umanamente, perché mancante di questa trama di legami affidabili che strutturano la vita umana. La razionalità anche più eccelsa, quindi, separata dall'originaria dimensione di fiducia che struttura la vita umana, diventa… "patologica". Perché ciò che è all'origine dell'identità di un bambino (e di un uomo, sempre) è la struttura dei legami con il mondo, con se stessi, con i genitori (e con Dio!) cui ci si affida fin dall'inizio. Si dimentica troppo facilmente che si può "umanamente" ragionare (all'inizio della vita del bambino, ma così sempre – anche quanto non ce se ne accorge più) solo e soltanto se questa struttura di legami affidabili continua ad esserci.
Per questo è possibile dire che essere "credenti" è la cosa più normale e sensata di questo mondo, perché senza fiducia e affidamento non saremmo neppure mai diventati uomini "normali" e non si potrebbe neppure ragionare sulla vita. La questione vera, dunque, è: visto che senza fidarsi non si può essere uomini e vivere umanamente, quali sono le realtà degne di fiducia? di quali legami, di quali persone ci si può e ci si deve affidare?

 

Che cosa intendere precisamente con "credere"?
In italiano, "credere" è uno strano verbo, perché contiene sia l'idea di sicurezza e sia quella di insicurezza. Si può dire "credo che domani faccia bello", per dire che penso così, ma non ne sono ben sicuro e non mi meraviglierei troppo qualora capitasse il contrario. Si può dire "credo al medico che mi propone una certa cura", per dire che mi fido del medico e perciò accetto come valido per guarire qualcosa che per me non è verificabile (e perciò mi può rimanere sempre, fino a guarigione avvenuta, un margine più o meno grande di dubbio). Si può dire "quello è uno che crede a ciò che fa", per dire che è un tipo assolutamente sicuro di ciò che fa e che si butta con convinzione, entusiasmo e rischio in ciò che fa. In italiano, dunque, "credere" è un verbo che va dall'idea di una realtà poco sicura, ad una, invece, molto sicura.
In ebraico, che è la lingua in cui è stato scritto gran parte del Primo Testamento, il significato è più interessante: "credere" significa letteralmente "stare in piedi". Tra i verbi con cui il Primo Testamento parla del credere, infatti, il verbo 'aman (da cui deriva il nostro "amen") significa essere saldo, sicuro, fedele: credere è trovare una realtà che è stabile e per questo affidabile. Per la Bibbia, dunque, il credente è l'uomo che nella vita "sta in piedi", l'uomo che ha trovato il fondamento su cui appoggiare la sua esistenza; e viceversa, il non credente, è l'uomo che semplicemente "non sta in piedi", chi o non ha ancora trovato un fondamento, o che si sta appoggiando su realtà/persone che non sono poi così affidabili.
Perciò, secondo il linguaggio biblico, domandarsi "credere o non credere?" è sciocco, perché sarebbe come domandarsi "nella vita, stare in piedi o no?". La Bibbia, in altri termini, sa bene che non è possibile essere uomini e vivere una vita umana senza "credere", senza cioè trovare qualcuno/qualcosa di cui ci si può fidare e affidare. La vera questione, allora, sarà: "in chi credere?"; cioè: "chi o cosa fa stare davvero in piedi la vita?". Per usare un'immagine di Gesù: chi è l'uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia e chi è l'uomo stolto che la costruisce sulla sabbia? Visto che in qualcosa/qualcuno è indispensabile e normale "credere", è possibile sapere qual è la roccia che fa stare in piedi una vita, qual è il legame che assicura stabilità e affidabilità e che sa resistere alle intemperie delle vicende dell'esistenza?

 

Credere in Dio è un salto nel buio?
Anche tra credenti si sente dire talvolta che la fede in Dio è una specie di salto nel buio, una fiducia "cieca", un fidarsi senza garanzie e senza nessun appiglio. Anzi: si dice pure che solo una fede così (cieca, senza garanzie, quasi irrazionale…) è "vera" fede. Perché il cercare "prove", il volerci "ragionare su", il tentare di trovare qualche "garanzia"… sarebbe invece segno di una fede debole, insicura, troppo "umana" e poco fiduciosa della potenza di Dio. Insomma: più si andrebbe contro ogni evidenza e possibilità umana, più questa sarebbe una fede "cristiana".
Ma il Magistero della Chiesa ha esplicitamente condannato l'affermazione che la fede sia solo un cieco moto dell'animo: se il credere in Gesù Cristo fosse solo un salto nel buio senza motivi, solo una specie di esigenza o di volontà interiore senza possibilità di riscontro esteriore, si ridurrebbe la fede a superstizione (non ho nessun motivo per verificare, ma io "ci credo") e si ridurrebbe Gesù a pura invenzione umana (lui non è esistito, ma è solo una risposta ai miei bisogni).
Credere, infatti, non è un salto cieco nel buio, perché Gesù è esistito ed è incontrabile, e credere in Lui è una questione di vita da vivere. Credere – come dice l'etimologia del verbo ebraico – significa trovare in Dio la roccia su cui appoggiarsi per stare in piedi nella vita. Credere, dunque, è una questione di vita, di vita sperimentabile e vivibile. Per questo Gesù alla domanda dei primi discepoli. "Maestro, dove abiti?", risponde "Venite e vedrete". Ed essi "andarono e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui" (Gv 1, 38-39). Altro che salto nel buio! Qui Gesù chiede di andare a vivere la vita con Lui e come Lui, chiede di provare a vedere il mondo attraverso le sue parole e i suoi insegnamenti. Credere è provare a vivere la vita in Gesù e con Gesù, e vedere che una vita vissuta così "sta in piedi".

 

Si può "provare" (l'esistenza di) Dio?
Nel corso dei secoli, cristiani e non cristiani hanno tentato di "provare" in qualche modo l'esistenza di Dio, cercare dei segni nel mondo e nell'uomo capaci di offrire una sufficiente garanzia di certezza al fatto che Dio esista. Si voleva, infatti, attraverso un ragionamento quasi "costringere" a dire: "vedi? Non puoi negare che Dio esista!". Ragionamenti del genere ci possono anche stare e possono forse servire a qualcuno, e non è certo un male impegnarsi in più o meno sofisticate ed elaborate riflessioni per "mostrare", "indicare" Dio e la sua presenza. Ma tutto questo non porta a "credere in Dio". Perché credere, è una questione di vita, e quindi di libertà e di volontà.
Mi spiego. Il ragionamento che dimostra una verità vale solo in piccolissimi ambiti della vita, tipo la matematica: 2+2 fa 4 e tutti questi lo sanno, eppure non per questo uno ci "crede" alla matematica, nel senso di fondare la sua vita sull'operazione 2+2=4. Ma le questioni essenziali della vita non si risolvono per dimostrazione matematica: ad esempio, non posso dimostrare matematicamente l'amore che mia madre ha per me e viceversa; eppure è una sacrosanta verità che fa "stare in piedi" (come dice l'etimologia del verbo ebraico credere) la mia vita più di tutte le operazioni matematiche messe insieme.
Anche Dio, dunque, come tutte le più grandi verità della vita umana, non si provano per dimostrazione matematica, né per ragionamenti stringenti. Si provano, si verificano… proprio perché vivendole, decidendo di viverle e di approfondirle, si vede, si sente, si verifica che è proprio giusto così, che così va bene, che così la vita procede bene! Dio, insomma, si può "provare", perché si può vedere e verificare se una vita vissuta come Lui dice, come Lui vuole… è una vita che "sta in piedi" o no. Gesù Cristo insiste: vivere la vita come Lui l'ha vissuta (nella sua relazione con Dio e con gli uomini) è il massimo della vita. Così si può provare la fede cristiana: vedendo che vivere come Gesù ha vissuto è proprio il massimo anche per la nostra vita.

 

È "facoltativo" o "obbligatorio" credere in Dio?
I cristiani hanno sempre detto che si deve credere in Dio, anche se non si può essere obbligati a farlo. E il motivo è semplice.
Credere in Dio, infatti, vuol dire riconoscere che Dio è la roccia che permette alla vita umana di "stare in piedi" (secondo l'etimologia ebraica del verbo credere); credere nel Dio di Gesù Cristo significa vivere, pensare, agire, amare la vita… secondo lo stile di Gesù. e nessuno può essere obbligato a vivere in una maniera piuttosto che in un'altra: Dio (tanto più la Chiesa e i cristiani!) lascia libero ogni uomo di decidere come vivere la sua vita. A tal punto che un uomo può anche vivere male la sua vita.
Ma ciò non significa che vivere credendo in Dio o vivere senza credere in Dio sia uguale. Non è di per sé "facoltativo" decidere di credere o no, di "stare in piedi" nella vita, o no. Nella vita bisogna decidere su chi (o su cosa) fondare la propria esistenza, quali legami permettono di esprimere al meglio la grandezza e la fatica dell'essere uomini. E Gesù si è posto nella storia e si propone sempre ad ogni uomo come il modo migliore per vivere la vita umana. Nessuno può obbligarmi a fare del Dio di Gesù Cristo la roccia affidabile su cui appoggiarmi per vivere la mia vita. Ma una volta riconosciuto in Lui la forza e il legame che mi permette di esistere, "dovrei" vivere da cristiano, cioè secondo il modo con cui Gesù ha vissuto.
Dovrei, perché il Magistero – contro l'ingenuità di tutti i credenti che dicono: "Ah… se tu vedessi Dio, se tu lo incontrassi, se tu provassi quello che ho provato io… di sicuro crederesti, non potresti non credere!" –ricorda che a Dio "si può resistere", cioè si può decidere di dire di no anche quando lo si abbia riconosciuto. Appunto perché credere in Dio è questione di scegliere di fondare la propria vita su di Lui e di seguire i suoi insegnamenti come il modo migliore per vivere.

 

Perché tanti non credono in Dio?
Se Dio è la roccia affidabile che permette ad ogni uomo di vivere la sua vita al massimo, perché tanti uomini non credono in Lui? È vero: dipende anche dalla volontà, dal decidersi a vivere come Gesù vuole, e nessuno può essere mai obbligato a farlo. Ma non ci sono anche tanti che vorrebbero credere in Dio, vorrebbero incontrare Gesù… ma – dicono – non ci "riescono" ad incontrarlo? In altre parole: è sempre una "colpa" se uno è "ateo"?
La Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, al numero 19 aiuta a portare un po' di chiarezza. Infatti, innanzi tutto, si ricorda che con il termine "ateismo" vengono designati fenomeni molto diversi tra loro: alcuni "atei", infatti, negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo non possa dir niente di lui; molti si dicono "atei" perché o pretendono di spiegare tutto solo dal punto di vista scientifico volendo "dimostrare" Dio, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta; altri si creano una tale rappresentazione di Dio che, respingendolo, rifiutano un Dio che non è affatto quello del vangelo; altri, invece, nemmeno si pongono il problema di Dio e sembrano non sentire alcuna inquietudine religiosa, né riescono a capire perché dovrebbero interes­sarsi di religione.
Queste fatiche di chi si dice "ateo" – continua la Gaudium et Spes – non sono qualcosa di originario, bensì derivano da cause diverse che hanno origine spesso o dalla protesta violenta contro il male del mondo, o dall'aver attribuito indebitamente i caratteri propri dell'Assoluto a qualche valore umano (così che questo prende il posto di Dio) , o da una reazione critica contro le religioni e quella cristiana in specie. Alla genesi dell'ateismo, dunque, possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole del cristianesimo, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale nascondono il genuino volto di Dio e della religione.

 

Ma è proprio vero il dibattito sul rapporto tra "fede" e "ragione"?
Normalmente si afferma che la "ragione" e la "fede" sono due realtà originariamente distinte o separate: la prima, originaria, appartiene a tutti gli uomini; la seconda, invece, un "di più" che appartiene solo ad alcuni. E da qui ci s'ingegna per disegnare il rapporto tra le due realtà: chi esagera o esaspera la distinzione/separazione, chi, invece, afferma una continuità, un'armonia, una non-contraddizione. Ma entrambe queste prospettive partono dal presupposto comune – dato per scontato – che il modo "normale" di conoscere il mondo, la vita, la realtà sia quello della ragione; anzi: il ragionamento, la dimostrazione "scientifica" è la modalità conoscitiva che permette di "sapere" veramente come stanno le cose. La conseguenza (spesso neppure avvertita) di questo modo di impostare la questione è che la fede/fiducia sia un modo quanto meno "imperfetto" (o comunque poco "certo") di conoscere, perché il "tribunale" cui si deve sottostare per avere qualche credito di certezza e di affidabilità è quello della "ragione" (evidentemente – altro presupposto irriflesso – "occidentale", perché neppure si sospetta la possibilità che ci sia un "ragionare" diverso da quello dell'eredità platonico-aristotelica).
Ma l'esperienza normale insegna che le conoscenze essenziali che permettono di vivere si imparano nella relazione fiduciale con papà e mamma, e non certo per ragionamento! E – finalmente – anche l'approfondimento critico del secolo scorso (soprattutto grazie alla fenomenologia di Husserl, alla psicoanalisi di Freud e allo studio della genesi della conoscenza di Piaget) ha portato a riconoscere che, nell'esperienza dell'umano, la dimensione logico/razionale è sempre successiva a quella fiduciale/relazionale: sia perché "fisiologicamente" l'esercizio del "ragionamento" è temporalmente succedaneo all'attività relazionale-fiduciale, sia perché "strutturalmente" la ragione può iniziare a pensare solo a partire dall'esperienza fiduciale/relazionale. Il neonato, infatti, inizia a conoscere per relazione fiduciale (e solo molto più tardi, attraverso il ragionamento) e il bambino (ma anche l'adulto, sempre) può "pensare" solo e solamente perché è esistita e continua ad esistere una relazione fiduciale con il mondo.
Ciò non toglie che la dimensione logico-razionale sia decisiva e importante; ma è intrinsecamente legata/dipendente dalla dimensione fiduciale e relazionale. Cosa che sfugge, però, al dibattito anche attuale sul (mal impostato) problema del rapporto fede-ragione, che più che problema teologico ("fede"-"ragione") è problema antropologico ("fiducia"-"ragione"): finché (anche in campo cattolico) si continua a pensare che il "ragionare" sia l'unico modo di conoscere o il modo per eccellenza di conoscere, la "fede/fiducia" sarà sempre un "di più" successivo, non originario e non originante l'umano.

 

Ma allora, in sintesi, che cosa significa credere in Gesù?
Credere nel Dio di Gesù Cristo, dunque, non è una specie di fatalità che a qualcuno capita e ad altri no; non è neppure un salto nel buio, un atteggiamento irrazionale o disumano. Non è una cosa neppure che si prova attraverso la dimostrazione razionale o esperimenti scientifici. Perché la fede è il modo normale di conoscere le verità più significative della vita, quelle verità che letteralmente ti fanno vivere: così un bambino viene al mondo, solo se entra in una relazione positiva, fiduciosa con mamma e papà; così un fidanzato può conoscere se quella ragazza può essere la sua futura fidanzata, se sta con lei, la frequenta, si mette in gioco, inizia almeno un movimento di fiducia verso quella persona.
Questo è il credente nel Dio di Gesù Cristo: un uomo che riconosce di non essere all'origine della sua vita, che la sua esistenza "sta in piedi", è vivibile se interpretata nella luce della vita di Gesù. E che ha "provato" questo sulla sua pelle. Per dirla con Gesù: ha visto che lui – come tralcio – se rimane attaccato alla vite (Gesù) può portare miglior frutto, può dire che vive una vita con gioia. Ha scoperto, insomma, che il modo di pensare, sentire, giudicare, apprezzare la vita da parte di Gesù non è semplicemente un modo, ma il modo, il suo modo per avere un'esistenza stabile. Questo non vuol dire che allora tutto "funziona" bene; perché il credente sa benissimo che ogni giorno dovrà decidere se e come rimanere "attaccato" al suo Signore, se decidere secondo quanto Lui dice o secondo quanto suggeriscono le nostre voglie o opinioni. Ma sa anche che pur rimanendo attaccato a Lui, anzi: proprio perché è un buon tralcio, uno che rimane attaccato al Signore, sarà "potato", dovrà purificare la sua vita. Perché si crede nel Dio di Gesù Cristo non per avere una vita comoda, ma per avere una vita che possa esprimere al meglio la bellezza dell'essere uomini.

 

Ma Gesù è esistito veramente?
Per secoli venne ritenuta cosa certa che Gesù fosse esistito e che i Vangeli fornissero notizie assolutamente attendibili su Gesù. Soltanto alla fine del XVIII secolo, durante l'illuminismo, uomini come Reimarus, Strauss, Kähler… si chiesero se Gesù fosse realmente esistito e se fosse la stessa persona di quello predicato dalla Chiesa. Nacque così la questione del "Gesù storico", cioè il tentativo, attraverso procedimenti storiografici precisi, di stabilire l'esistenza e l'identità precisa di Gesù di Nazareth: quando è nato e vissuto? Cosa ha veramente detto e fatto? C'è corrispondenza tra quanto la Chiesa dice di Lui e quanto Egli è stato storicamente?
La questione, dunque, nacque non come esigenza interna alla Chiesa, come cioè volontà dei credenti di approfondire storicamente la figura di Gesù; ma venne essenzialmente posta al di fuori della Chiesa, come sospetto/dubbio sulla realtà e la veridicità del Gesù che la comunità dei credenti annunciava. Anche per questo motivo, la Chiesa ha inizialmente visto con diffidenza tale ricerca; oltretutto – di per sé – non è poi neppure necessaria la dimostrazione storiografica (prodotta con metodologia scientifica) per riconoscere che un uomo è veramente esistito (una persona può essere vissuta realmente, ma magari non c'è più la possibilità di avere dei documenti storici che attestano la sua esistenza). D'altra parte, poi, all'epoca – siamo alla fine del '700 – non si disponevano ancora di grandi conoscenze storiografiche (né dal punto di vista archeologico, né dal punto di vista dei testi) e risultava pertanto difficoltoso affrontare seriamente la questione. Progressivamente, però, la Chiesa stessa si avvide della necessità di poter indagare anche storiograficamente la figura di Gesù, in forza proprio di uno dei motivi centrali della sua fede: Gesù non è una favola, ma è il Dio fatto uomo realmente esistito, e quindi, storicamente e geograficamente collocabile all'interno della storia dell'umanità. Si giunge così, alla situazione attuale: noi oggi, grazie ai documenti storici e ai ritrovamenti archeologici, possiamo con sicurezza affermare che Gesù è esistito. Insomma, nessuno – che abbia una minima conoscenza storiografica – può oggi mettere seriamente in dubbio l'esistenza storica di Gesù. Ovviamente questo non porta automaticamente a credere in Lui: Gesù è esistito… e di fronte alla sua persona rimane la domanda: chi sei tu Gesù di Nazareth?

 Esistono testi non cristiani contemporanei alla vita di Gesù che ci parlano di lui?
È una domanda che spesso viene fatta: ma qualcun altro – oltre ai vangeli – ha scritto di Gesù al suo tempo? Abbiamo altre testimonianze scritte di autori non cristiani che ci raccontano della sua vita? A dir la verità, noi non abbiamo molto materiale in proposito, e ciò non è strano, perché non si deve dimenticare che Gesù – al suo tempo – fu fondamentalmente un "illustre sconosciuto": visse non solo in una provincia marginale dell'impero romano, ma la sua vicenda non interessò la storia nazionale e mondiale del suo tempo. Per tale ragione, nessun storico del tempo era di per sé interessato alla sua vita; ne parlarono solo per capire meglio chi fossero questi cristiani che si stavano via via diffondendo nelle regioni dell'impero romano e che dicevano di essere discepoli di questo Cristo.
Quanto detto è facilmente riscontrabile dagli scritti non cristiani, sia di ambiente giudeo-palestinese, sia di ambiente romano, che menzionano Gesù. Il grande storico ebraico Giuseppe Flavio, parlando della situazione al tempo di Erode Antipa, nel 90 d.C. scrive che "in quel tempo ci fu un uomo saggio chiamato Gesù. La sua condotta era buona ed era noto per essere virtuoso. Molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocefisso e a morire. Ma quelli che erano diventati suoi discepoli non abbandonarono il suo discepolato. Essi raccontarono che era apparso loro, tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo: forse perciò era il Messia del quale i profeti hanno raccontato meraviglie". Così nel Talmud di Babilonia, nel 100 d.C. si scrive che "alla vigilia della Pasqua appesero Gesù… perché ha praticato la magia ed ha sobillato e condotto Israele sulla cattiva strada".
Così il grande storico romano Tacito nel 115 d.C. parla dell'incendio di Roma avvenuto nel luglio del 64, spiegando come Nerone avesse dato la colpa ai cristiani, i quali "prendevano nome dal Cristo che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato, sotto l'impero di Tiberio". Lo storico Svetonio nel 120 d.C., raccontando la vita dell'imperatore Claudio, afferma che egli, nel 49 d.C., "espulse i Giudei da Roma… i quali, istigati da Cresto [evidente l'errore per Cristo], facevano continuamente tumulti". Così Plinio il Giovane nel 112 d.C., durante una corrispondenza con l'imperatore Traiano chiede come comportarsi con i cristiani, i quali si riuniscono "in un giorno stabilito, prima dell'alba, per recitare antifonalmente un inno a Cristo come a un Dio".
Questi testi, di alcuni decenni successivi alla morte di Gesù, danno dunque per scontata l'esistenza di Cristo che ha compiuto azioni particolari, che è stato condannato a morte sotto Ponzio Pilato, e che i suoi seguaci dicono di aver incontrato vivo dopo la sua morte.

 

Come facciamo a sapere che i vangeli ci dicono il vero sulla vita di Gesù?
La principale fonte per sapere della vita di Gesù sono i Vangeli, i quali furono scritti tra il 65 e il 100 d.C. Ma come si è arrivati alla redazione dei vangeli? Essendo stati scritti alcune decenni dopo la morte di Gesù, possiamo essere sicuri che non si è tralasciato nulla? Possiamo dire che i vangeli sono dei testi storicamente attendibili? Insomma: ci si può "fidare" – anche dal punto di vista storico – di questi scritti?
I vangeli sono riconosciuti come documenti attendibili a patto che si capisca cosa essi siano e come essi siano stati scritti. Infatti, per poter rispondere a quelle domande, è decisivo portare alcune importanti precisazioni.
La prima precisazione è che i vangeli non sono biografie "neutrali" o cronache complete della vita di Gesù; non si può, cioè, accostarsi a questi testi come se fossero un "testo storico" nel senso moderno della parola, perché sono stati scritti da chi ha già deciso di credere in Gesù e che, partendo da quanto è successo con la sua Pasqua, vuole mettere per iscritto le parole e i fatti più decisivi della sua vita per aiutare anche altri a convincersi che davvero Gesù è il Figlio di Dio.
La seconda precisazione è che i vangeli sono l'approdo finale di un lungo iter; essi, cioè, non sono stati scritti "in contemporanea" agli eventi accaduti e nemmeno subito dopo la Pasqua, ma sono il frutto di un'opera più complessiva che possiamo dividere in "tre stadi": si parte con gli ultimi anni della vita di Gesù (primo stadio: siamo nel 28-30 d.C.), i quali vengono prima annunciati, celebrati e raccontati oralmente dalle prime comunità cristiane (secondo stadio: 30-70 d.C.), e solo da ultimo furono messi per iscritto dagli evangelisti (terzo stadio: 70-100 d.C.).
La terza precisazione è che i vangeli non nascono "a tavolino", ma all'interno di precise comunità: il redattore finale, cioè, seleziona dalla vita di Gesù già raccontata oralmente quel materiale che ritiene essere più importante per la comunità di credenti a cui vuole rivolgere il suo vangelo (per questo, Marco – ad esempio – scrive alcune cose che gli altri evangelisti non raccontano e viceversa).

 

Che cosa sono i vangeli apocrifi? E perché sono apocrifi?
Anche se il termine "apocrifo" in greco significa "segreto", quando si parla di vangeli apocrifi si indicano quegli scritti che presentano affinità con gli scritti del Nuovo Testamento, ma che non sono considerati "canonici", che non sono cioè entrati a far parte del canone dei libri sacri. Infatti, 27 sono i libri che compongono il Nuovo Testamento; e questi testi non sono stati raccolti casualmente, ma sono frutto di un lungo processo di maturazione e di verifiche (non senza incertezze e dubbi), che ha portato le comunità cristiane a ritenere alcuni libri, e solo quelli, testi sacri ispirati da Dio. Accanto a questi 27 testi che ritroviamo nelle nostre Bibbie, ce ne sono almeno una quarantina che i cristiani non hanno riconosciuto come "canonici", come cioè normativi della fede in Gesù, perché non garantiti dall'ispirazione di Dio. Gli scritti apocrifi, quindi, sono frutto solo di opera umana, e non hanno Dio come autore; per questo motivo, quanto scrivono non è garantito da Dio e non è essenziale alla fede cristiana, perché ciò che era indispensabile Dio l'ha voluto assicurare attraverso quegli scritti che Lui stesso ha ispirato.
Ma com'è possibile distinguere un testo "canonico" (ispirato) da un testo "apocrifo" (non ispirato)? Perché – ad esempio – la comunità cristiana ha accolto nel canone il Vangelo di Marco e non il Vangelo apocrifo di Tommaso? Quattro sono i criteri di fondo che hanno aiutato a riconoscere l'autenticità degli scritti del Nuovo Testamento:
1) il criterio dell'apostolicità: sono autentici quei vangeli che assicurano un legame stretto con i 12 apostoli: i vangeli di Matteo e di Giovanni vennero accolti perché scritti dai due apostoli omonimi; quelli di Marco e di Luca perché assicurati da Pietro e Paolo di cui i due evangelisti erano discepoli.
2) il criterio della fedeltà agli insegnamenti di Gesù: sono autentici quei vangeli che conservano fedelmente gli insegnamenti e lo stile della vita di Gesù. Ad esempio: uno scritto – come il Vangelo apocrifo di Tommaso – che afferma che Gesù bambino con un "miracolo" fece morire un suo coetaneo che gli aveva lanciato un sasso, va evidentemente contro tutto il messaggio di Gesù!!!
3) il criterio dell'uso liturgico: sono autentici quei vangeli che le comunità cristiane dei primi secoli hanno citato, commentato, usato di più, quelli cioè in cui i cristiani riconoscevano essere conformi alla verità di quel Gesù che celebravano come il Vivente
4) il criterio della vicinanza cronologica alla storia di Gesù: sono autentici quei vangeli che sono stati redatti il più vicino possibile alla passione e morte del Maestro (tutti i vangeli apocrifi sono stati scritti dopo quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni). 

 Cos'è la "rivelazione" di Dio? cosa significa che Dio si rivela?
Nel linguaggio comune quando si dice "ho avuto una rivelazione", più che a pensare ad apparizioni strane, si pensa al fatto che è si è avuta una brillante idea, si è finalmente capito – in modo improvviso e fulmineo, quasi non venisse da noi, frutto più di un "dono" che conseguenza di un faticoso ragionamento – qualcosa che prima non si riusciva a cogliere. Anche nel cristianesimo per secoli, quando si parlava di "rivelazione di Dio" si pensava a qualche verità che Dio comunicava agli uomini, verità che fondamentalmente non potevano essere scoperte dal ragionamento umano e che, comunque, servivano all'uomo per conoscere meglio la realtà di Dio (e non solo).                  
                  Con la Dei Verbum del Concilio Vaticano II, invece, si è precisato che l'espressione "rivelazione di Dio" significa che Dio entra in relazione, in dialogo con l'uomo: egli comunica se stesso, prima ancora che comunicare delle verità da conoscere! Il Dio della Scrittura, infatti, è un Dio che da sempre ha cercato un dialogo, una relazione con gli uomini: Egli, che si è fatto presente nella storia dell'umanità soprattutto attraverso eventi e parole condivisi con il popolo di Israele e accolti da alcuni uomini in particolare (pensiamo ad Abramo, Mosè, i profeti…); nella pienezza dei tempi è entrato in dialogo con gli uomini attraverso la sua presenza corporea: Gesù è la Parola di Dio fatta carne, è la presenza di Dio che può essere concretamente, fisicamente incontrata nella storia, senza più "intermediari" umani, come era per l'Antico Testamento.                   
                  E perché mai Dio si è voluto "rivelare", ha desiderato, cioè, entrare in relazione con l'uomo? Sempre la Dei Verbum precisa che Dio è stato mosso solo dalla ricchezza del suo amore per l'uomo: tutto questo Egli l'ha fatto perché voleva che noi uomini fossimo invitati e ammessi alla comunione con Lui, che potessimo, cioè, essere resi partecipi della sua vita divina. È chiaro, infatti, che Gesù non sia stato inviato dal Padre soprattutto per farci conoscere delle cose misteriose o avere delle idee più precise e chiare su realtà altrimenti a noi inaccessibili; la sua preoccupazione era quella di incontrare gli uomini per fargli vivere la bellezza dell'essere amati e accolti dal Padre. E' la salvezza dell'uomo che sta a cuore a Dio, non l'incremento delle sue conoscenze! Ed è chiaro anche perché Gesù sia il massimo della rivelazione di Dio, che proprio in Lui il Padre ci abbia dato e detto tutto quello che voleva darci e dirci. Più di così, infatti, Dio non può entrare in relazione con gli uomini: Gesù, il Verbo fatto uomo, è il mediatore e la pienezza dell'intera rivelazione, perché nella sua persona gli uomini hanno potuto incontrare Dio proprio su questa terra, nella nostra storia. Dire, allora, che Gesù è la rivelazione di Dio, significa dire che in Lui è concesso all'uomo di poter incontrare, gustare, partecipare fino in fondo alla profonda bellezza e verità della vita di Dio e della vita dell'uomo.

 Dopo la rivelazione di Gesù ci possono essere ancora "nuove rivelazioni"?
Seguendo quanto dice il Nuovo Testamento, il Concilio Vaticano II ha affermato che dopo il compimento della rivelazione di Dio in Gesù Cristo "non si deve aspettare alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo" (Dei Verbum, 4). Questa affermazione significa principalmente due cose. 1) Tutto quanto Dio voleva dire e dare all'umanità l'ha detto e dato in Gesù, che è la rivelazione massima di Dio: non c'è dunque bisogno di un'altra rivelazione, quasi che a Gesù mancasse "qualcosa" che si deve aggiungere per completare la rivelazione di Dio. 2) Affermare che non si deve attendere una nuova rivelazione, significa affermare che non si deve aspettare una nuova rivelazione pubblica (dice il testo del Vaticano II) di Gesù, un suo riapparire, un suo mostrarsi di nuovo a tutti… perché questo avverrà solo nel momento finale, alla fine dei tempi, quando apparirà glorioso.
Questo non vuol dire che Dio non si possa più rivelare, che non ci possono più essere "rivelazioni" di Gesù: non per nulla la storia della vita dei santi e dei mistici raccontano di numerose esperienze di rivelazione da parte di Dio Padre o del Signore Gesù. Come devono essere considerate questo tipo di "rivelazioni"? Nel linguaggio della Chiesa queste vengono chiamate "rivelazioni private" (non pubbliche), perché i destinatari sono singoli credenti e perché quanto viene detto o mostrato è indirizzato essenzialmente al cammino di quella determinata persona. Questo tipo di "rivelazioni", cioè, non aggiungendo nulla alla rivelazione pubblica di Gesù compiuta nella sua vita sulla terra, non è necessario che siano indirizzate a tutti, perché non sono indispensabili all'umanità per poter meglio conoscere e amare Dio. Per tale ragione, ad un buon cristiano non è richiesta – per esempio – la lettura o la conoscenza delle rivelazioni del Signore alla beata Angela da Foligno: quanto vissuto da questa mistica, pur autentico e vero, non aggiunge nulla di indispensabile a ciò che Gesù ci ha già fatto conoscere e vivere. Ciò non vuol dire, però, che questi tipi di esperienze – qualora fossero autentiche – siano "inutili": esse, infatti, conducendo sempre alla centralità di quella salvezza attuata una volta per tutte nella persona di Gesù Cristo, possono aiutare a meglio intendere e conoscere alcuni aspetti della stessa rivelazione di Dio in Gesù di cui ci parla il Nuovo Testamento

Come si fa a scoprire quanto Dio vuole? 1 Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, 2 per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. 3 Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, 4 il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. 5 Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, 6 che ha dato se stesso in riscatto per tutti. (Dalla prima lettera di Timoteo, cap. 2)

Nell'immaginario di molti non è difficile trovare l'idea che la volontà di Dio sulla propria vita sia una "cosa" difficile da scoprire, un disegno già "programmato" che sarebbe "scritto" da qualche parte, ma che bisogna fare la fatica di individuare e di realizzare. Con alcune domande – più o meno consapevoli – che poi ci si porta dentro: ma perché mai Dio non mi fa capire meglio e subito quello che Lui vuole da me? Non è un po' una presa in giro che Colui che sa quello che devo fare io… non me lo dica e pretenda pure che io lo compia? E poi… se Dio volesse qualcosa che non voglio io, qualcosa di diverso da quello che io vorrei per la mia felicità? Partiamo da quest'ultima domanda. Secondo quanto insegna tutta la Scrittura, Dio vuole solo una cosa: il bene dell'uomo! La volontà di Dio, cioè, non è mai contro il bene dell'uomo, perché Egli vuole "che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tim 2,4). Quando, cioè, si prega nel Padre Nostro "sia fatta la tua volontà", non si deve temere che Dio in qualche modo possa rovinare la vita di un uomo, magari mandandogli qualche sofferenza o accidenti. Il Dio di Gesù Cristo è un Padre che vuole – ad ogni costo – il bene di ogni uomo, ma che non obbliga nessuno: non si impone mai, bensì si propone, rispettando sempre la libertà umana. Chiarito questo è possibile rispondere alla domanda su come scoprire la volontà di Dio per me. Dobbiamo allontanare l'idea (falsa) che la volontà di Dio per noi sia una "cosa", un'idea, un'illuminazione che è possibile avere fin dall'inizio (indipendentemente dalla nostra decisione) e che poi viene "applicata" successivamente alla vita, secondo uno schema di questo tipo: prima "capisco" bene cosa devo fare, e poi decido se farlo o meno. Perché la Scrittura è chiara nel mostrare, invece, queste due cose: 1) la volontà di Dio sulla propria vita si scopre "strada facendo": la strada si apre passo dopo passo (non fin dall'inizio, prima della "partenza"). In altri termini: il modo migliore per conoscere cosa Dio "voglia" per la propria vita personale è quello almeno di osservare i comandamenti (che valgono per tutti). Solo facendo la volontà di Dio per ogni uomo (quanto indicato classicamente nei comandamenti) si scoprirà cosa può significare per ciascuno seguire Dio. 2) La volontà di Dio si mostra a chi è disposto ed è pronto ad accoglierla: è inutile (e dannoso) sapere cosa Dio chiede per il bene della propria vita se non si è ancora deciso di "fare la volontà di Dio" e non ci si sta aprendo progressivamente a Dio. Detto con un'immagine: Dio entra (la volontà di Dio si fa conoscere) in base a quanto la porta dell'uomo viene aperta (la libertà e la volontà sono disposte a lasciarsi coinvolgere).

 

 

Se io obbedisco a Dio, posso dire di essere veramente libero?

Deuteronomio 30 

  15 Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; 16 poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. 17 Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, 18 io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano. 19 Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, 20 amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe".

Spesso s'insinua che il credente, colui che obbedirebbe ad un Dio, in fondo non è un uomo libero, perché non è autonomo, non è capace di decidere da sé della propria vita e ha bisogno di qualcun altro che gli dica quello che deve fare. Anzi: questo modo di fare sarebbe solo un modo per sfuggire alla propria responsabilità, riducendosi ad essere "meno uomini", perché si rinuncia proprio a quanto è più importante per l'uomo, cioè la sua libertà.

L'idea (errata) che sta alla base di un tale modo di ragionare è questa: libertà è fare quello che si vuole, poter decidere tra diverse alternative quello che è bene e ciò che è male; la libertà, cioè, sarebbe una "cosa", una specie di proprietà che l'individuo ha e che può esercitare indipendentemente da tutto e da tutti. Quando si pensa così, si sta sostenendo che l'uomo ha la libertà di decidere (la cosa importante non è ciò che si sceglie o il perché si sceglie, ma il fatto che l'abbia scelto io), non che l'uomo è la sua libertà (la cosa importante è quanto scelgo, perché definisce la mia stessa identità). Nel primo caso, nel momento in cui ci fosse qualcuno (fosse pure Dio) che dice quanto è bene fare, si sminuisce la "libertà", perché non è più il soggetto che decide. Nel secondo caso, invece, anche se ci fosse uno ad indicare quanto si deve fare, questo non è un'invasione o una perdita della libertà, perché l'uomo è libero se compie ciò che è bene per la sua persona, non se questa cosa l'ha decisa "da solo". Il "problema" non sta tanto, dunque, nel verificare se quanto si sceglie, lo si fa perché si obbedisce solo a se stessi o a qualcun altro, ma verificare quali sono le decisioni che rendono liberi, che fanno il bene della persona.   

   E il cristianesimo da sempre ha affermato che obbedire a Dio è il massimo della libertà, perché fare quanto Lui dice, Lui che conosce e vuole solo il bene dell'uomo, permette all'uomo di essere veramente e fino in fondo "se stesso". E questa è stata anche l'esperienza di Gesù: Egli stesso è stato pienamente libero, pienamente il Figlio, proprio perché ha compiuto fino in fondo la volontà del Padre, sapendo che questa non era qualcosa di estraneo rispetto alla sua vita, ma ne indicava il senso più pieno. Più obbediva al Padre, più Gesù era libero; e più era libero, più Gesù obbediva al Padre! Ridiciamolo ancora: si è liberi non perché "autonomi" da tutto e da tutti, ma perché in ascolto di chi sa e vuole il nostro bene; si è liberi non perché "indipendenti" da tutto e da tutti, ma perché in relazione con chi sa e vuole ciò che assicura la vita dell'uomo. E per il cristianesimo Dio è colui che sa e che vuole il bene per ogni uomo; per questo obbedire a Dio è essere liberi, perché è rimanere in relazione con Uno che non vuole sottomettere (se così fosse, allora sì, sarebbe una schiavitù!), ma vuole solamente la salvezza di ogni uomo, cioè che ciascuno possa godere della pienezza della vita e della gioia.

Che cosa significa per un cristiano obbedire a Dio?

Marco 10 17

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna? ". 18 Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre". 20 Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza". 21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi". 22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. 

Per dire che si sta obbedendo a Dio, basta mettere in pratica materialmente alcune norme? Basta cioè l'osservanza materiale di alcune leggi per poter dire di fare la volontà di Dio? 

                       C'è un episodio del vangelo particolarmente chiaro per poter dare una risposta a questa domanda, quello del giovane ricco (Mc 10,17-22). Il testo suggerisce fin dall'inizio che per avere la vita eterna (segno di un perfetto compimento della volontà di Dio) è insufficiente l'obbedienza ai comandamenti di Mosè: l'interrogativo iniziale rivolto a Gesù da quel tale – che cosa devo fare per avere la vita eterna? (Mc 10,17) – indica, infatti, che lui stesso è consapevole di come non sia sufficiente osservare i precetti della legge. Egli, che da sempre ha osservato tali precetti, sa tuttavia di mancare ancora di qualche cosa. Qualcosa certo gli manca; ma che cosa sia, egli non lo sa ancora precisamente/chiaramente; attende che sia Gesù stesso a rivelarglielo. La risposta di Gesù – una cosa sola ti manca (Mc 10,21) – conferma tale insufficienza: effettivamente, l'osservanza dei precetti non basta per poter dire di obbedire veramente a Dio.

Quello che Gesù aggiunge all'iniziale consapevolezza del "giovane ricco" è qualcosa di decisivo che egli ancora non sa a proposito di se stesso: le molte ricchezze stanno contando nella sua vita assai più di quanto egli non immagini. La risposta di Gesù, di lasciare le ricchezze e di seguire lui (e non solo la pratica della legge), indica perciò come la sequela di Gesù (cioè il suo modo di interpretare la legge e l'accesso a Dio) realizzi la dedizione inte­gra ("perfetta") a Dio che pure il giovane ricco – come i farisei, i dottori della legge, gli "uomini pii" – ricercano. La richiesta di Gesù, cioè, non deve essere intesa come un'ulteriore aggiunta all'osservanza dei comandamenti o dei tanti precetti; bensì come perfezionamento di quell'osservanza, come modalità del compiere la legge. Tant'è che è palese come nel novero dei dieci comandamenti elencati da Gesù al giovane ricco manchino intenzionalmente i primi tre e gli ultimi due: questo tale osservava materialmente i precetti nei confronti degli altri (4°-8° comandamento), ma non ne viveva più il senso di obbedienza a Dio (1°-3° comandamento) e di rivelazione dei desideri reconditi del suo cuore (9°-10° comandamento). Gesù gli sta dicendo che il seguire lui è il modo per adempiere i comandamenti dell'obbedire a Dio e lasciarsi scandagliare il cuore fino in fondo; solo così si può poi vivere la relazione con i fratelli. Come dire: per obbedire a Dio, per seguire fino in fondo i comandamenti occorre seguire Gesù, perché solo incontrando Gesù si può scoprire se, pur osservando materialmente alcuni precetti, si stia in facendo la volontà di Dio, o se c'è qualcosa o qualcuno (per quel tale sono le sue ricchezze) che contano molto più di quanto si pensi o si sappia.                  

Come avviene e cosa succede quando si incontra Gesù?

1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. 4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. 5 Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono  (Luca 5)                 

Il racconto della chiamata dei primi discepoli del vangelo di Luca (5,1-11) consente di comprendere come avvenga e cosa succeda quando si dà l’incontro tra un uomo e Gesù.   

                                     Innanzi tutto ci viene detto che la decisione di Pietro di seguire Gesù non è “improvvisa”, ma è frutto di un’attrazione progressiva. A volte, infatti, si pensa che possa capitare la conversione “improvvisa”: tutto d’un colpo si inizia a credere e si cambia vita da un momento all’altro. Ma – dice Luca – Pietro, a Cafarnao aveva già incontrato Gesù, il quale faceva del bene a molte persone e che, dopo aver predicato nella sinagoga (4,31-33), era andato a mangiare proprio a casa sua e gli aveva guarito la suocera (4,38-39). Come a dire: si può decidere di credere solo se ci si trova in una predisposizione di fiducia – sia pure ancora germinale – nei suoi confronti, perché Lo si è potuto intuire e sperimentare come annunciatore affidabile della bontà di Dio.

                                       E cosa succede quando avviene l’incontro decisivo? Luca ci dice che ci si trova davanti ad una “parola” nei confronti della quale bisogna prendere posizione. Pietro, dopo la pesca notturna infruttuosa stava riassettando le reti con i suoi compagni, preparandole per la notte successiva; Gesù gli si avvicina e dà un ordine risoluto: “Prendi il largo e gettate le reti per la pesca!” (5,4). Questa è la parola davanti alla quale Pietro deve prendere una decisione: fidarsi di quell’uomo di Dio oppure no? Il buon senso gli dice che è inutile andare a pescare a quell’ora; e Pietro non teme di farlo notare a Gesù: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte senza prendere nulla” (5,5). In quest’argomentazione, che non fa una piega, c’è un solo “ma” (5,5): l’invito ad andare a pescare proviene da quel Gesù che lui ha già visto fare grandi cose a Cafarnao. Come a dire: l’incontro decisivo con Gesù conduce a dover fare una scelta: se su un piatto della bilancia c’è la lunga esperienza personale, sull’altro c’è una parola di Gesù già sperimentata come potente; e l’ago della bilancia è la libertà di ciascuno: di chi fidarsi, nella vita? Del proprio buon senso o della parola di Gesù?        

            E nel momento in cui ci si fida, quella parola di Gesù viene confermata dall’esperienza: dopo aver gettato le reti, avviene una pesca sovrabbondante. Questo fatto diventa, per quell’esperto pescatore, un segno che Gesù davvero è degno di fede in ordine al conseguimento di una condizione felice di vita. Proprio in conseguenza a questo – continua Luca – si riesce a vedere contemporaneamente chi sia Gesù e chi siamo noi: “Allontànati da me, poiché sono un peccatore, Signore!” (5,8). Un vero incontro, cioè, porta sempre a percepire meglio chi sia Gesù: è il “Signore” del creato e della storia, e non solo un “maestro” (5,5); e nello stesso istante si sperimenta anche chi siamo noi: “sono un peccatore”. E, di fronte a quanto Pietro sperimenta grazie solo al suo sentire, è posta nuovamente una parola di Gesù, anzi una promessa: “Non temere! D’ora in poi sarai pescatore di uomini!” (5,10). Gesù non contraddice Pietro sul suo modo di vedere se stesso (è vero che egli è un peccatore), ma pone ancora una volta la sua libertà di fronte ad una decisione: fondare la vita sulla promessa della parola di Gesù o su quanto egli sperimenta di sé? Solo a questo punto si può decidere di abbandonare “tutto” (5,11): Pietro lascia quello che per lui era il segno del suo modo di vivere la vita e sperimentarla (le reti e le barche) per seguire Gesù (5,11), cioè per fidarsi del suo modo di vedere e vivere la vita.