Riflessioni : ottobre 2026

 

   padre   Ermes Ronchi

riflessioni

fonte: https://blog.smariadelcengio.it/

 


25 10 2026

   XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno A- 

 "Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso."

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 22, 34-40


 

LEGGE DELLE LEGGI

Qual è il più grande dei comandamenti? Gesù esce dagli schemi, risponde con qualcosa che tra i comandamenti non c’è. Grandi la libertà e l’intelligenza ‘fuorilegge’ di Gesù!
La risposta comincia con un verbo “amerai”; al futuro, a indicare una storia infinita, che non avrà fine fino a quando non finirà il mondo.
“Le legge tutta è preceduta da un’sei amato’ e seguita da un ‘amerai’. Sei amato è il fondamento, amerai è il compimento. Chi astrae da questo fondamento e da questo compimento amerà il contrario della vita. Amerà la morte” (P. Beauchamp). Lentamente muore chi non ama, chi non trema per una persona, di quell’amore che ripulisce gli occhi, che “fa vedere le persone come le vede la divinità, che muove il sole e le altre stelle e muove tutto in noi” (M. Gualtieri), che scava pietre per costruire case, cha fa nascere abbracci per ritrovarci interi, che fa sorgere arcobaleni che indicano la via.
Amore è parola che brucia le labbra, se pronunciata male. Abusata oggi, pronunciata troppo, spesso a sproposito, e malintesa.
Non c’è sulla terra nome più abusato. Come del resto il nome di Dio. Cosa avete fatto del mio nome? domanda il Signore. Non c’è sulla terra nome più imbevuto di sangue, di uccisioni, di guerre, più profanato del mio.
Dovremmo tutti indire uno sciopero della parola ‘amore’, per molto tempo, perché torni puro, torni ad essere quello che Gesù sussurrava:
un amore intero, dove ci sia tutto di noi, cuore, anima, mente...
Un amore artigianale, fatto di gesti e sincerità.
Un amore fattivo, che tocca volti, corpi, occhi.
Un amore che non devi specularci sopra, non fatto di pensieri, ma di mani che stringono, sollevano, accarezzano.
Amerai Dio con tutto il cuore. Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire: con il tuo cuore plurale, con il cuore di luce e anche con il cuore d’ombra; con il cuore che crede e anche con quello che dubita; quando splende il sole e quando si fa buio; a occhi chiusi, quando hai un po’ paura. E perfino con le lacrime. Lo amerai come puoi, meglio che puoi, con ciò che hai.
Ma non basta. Anche i farisei amavano Dio, anche gli scribi e i sommi sacerdoti. Ed ecco la novità di Gesù: il secondo comandamento è simile al primo: amare il prossimo è simile ad amare Dio. Il prossimo è simile a Dio. Ha volto, cuore, fame d’amore e di bellezza, simili a Dio.
Allora pregare Dio con un cuore pieno di rabbia verso qualcuno è un sacrilegio. Allora l’indifferenza è ateismo pratico. Non puoi pregare e disprezzare. Non puoi lodare Dio e bestemmiarlo con la violenza. Non puoi cantare il gregoriano e non seminare il nome di Dio, che è pace e giustizia, sulle macerie della storia.
Un vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, testa nel cielo e piedi per terra. Ma solo così è vangelo.
 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Tu sei la forza
Francesco Oppedisano 

cuffia1 La tua gioia
SDV Worship

cuffia1  Ascolta Israele
Piera Cori

cuffia1Io ti amo Signore, mia forza tu sei Ti amo, Signore, mia forza.
Rinnovamento nello Spirito

 

  

 

 

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 


18 10 2026

   XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno A- 

 "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio."

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 22, 15-21


 

PRIMA L'UOMO

Vengono da Gesù e gli pongono una di quelle domande taglienti che fanno impennare l’audience e dividono gli spettatori: È lecito o no pagare le tasse a Roma? Tu, rabbi, legittimi gli invasori o stai con la tua gente?
Con qualsiasi risposta, Gesù rischiava la vita. O per mano dei Romani, come ribelle, o per il pugnale degli Zeloti, come collaborazionista.
Gesù non ci sta. Lui, che tra i suoi aveva preso uno della guerriglia anti-romana, Simone lo Zelota, e uno, Levi, che riscuoteva le tasse per l’impero (come riuscisse a farli convivere resta un mistero!). Ma è la grande utopia del Vangelo: eliminare il concetto stesso di nemico.
Gesù non risponde alla domanda se sia lecito o no, non gli interessa quell’approccio piccolo a un problema grande: mostratemi la moneta del tributo!
Siamo nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre figure umane, anche se coniate sulle monete. Per questo all’ingresso stazionavano i cambiavalute. I farisei, rigorosi a parole, nei fatti sono pronti a tutti i compromessi,
Gesù risponde con due cambi di prospettiva. Il primo: sostituisce il verbo pagare con il verbo restituire: Rendete, restituite, date indietro a Cesare, ciò che è suo. Un imperativo sociale forte, che coinvolge ben più di qualche moneta e dà forma all’intera vita: ridate indietro, a Cesare e a Dio, alla società e agli altri, perché niente è davvero vostro.
Dal momento che inizio a esistere, vivo per le cure di qualcuno. Sono debitore verso i miei genitori, la scuola, la sanità, verso chi mi garantisce sicurezza e affetto. Sono debitore nei confronti di arte, scienza, tecnica. Tutto il fiato che ho respirato dal primo giorno della mia vita è dono del lavoro di miliardi di foglie e fili d’erba. Vivo per restituire amore a chi con l’amore mi ha fatto e mi fa vivere.
Sono, nei confronti della vita, un debitore. E sono un debitore grato.
Se avessimo tra le mani quella moneta romana balzerebbe agli occhi il secondo cambio di paradigma di Gesù. Sulla moneta è impresso il profilo dell’imperatore Tiberio con l’iscrizione: Al divino Tiberio, figlio di Augusto. Sottinteso: “appartiene a, è proprietà di”. Il proprietario di quell’oro è l’imperatore. Gesù scinde di netto l’unità delle due parole ‘divino Tiberio’: Tiberio non è divino, non è Dio. Restituite a Dio quello che è suo: di Dio è la terra e quanto contiene, di Dio è l’uomo, di poco inferiore a un dio (Salmo 8). Quell’uomo che è anche poco più che un alito, un’ombra che passa (Salmo 144): ma tu Cesare non lo spegnerai! A Cesare le cose, a Dio la persona.
Gesù ripete: Tu non appartieni a nessun potere. Resta libero da tutti, da ogni tentazione di lasciarti asservire. E ad ogni potere umano il Vangelo ricorda: Non appropriarti dell’uomo! Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio. Ogni creatura è prodigio che ha il Creatore nel sangue, e nel respiro.
 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Cantiamo al Signor, grande nell'amor
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1 Io sono qui
Nuovi Orizzonti Music

cuffia1  A tua immagine
Debora Vezzani  Serena Lambertucci


cuffia1 Come un ’aquila 
Gen Rosso

 

  

 

 

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 

 

 


11 10 2026

   XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno A- 

 "Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze."

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 22, 1-14


 

PADRE DELLA GIOIA

C’è, nella città, una grande festa di nozze: si sposa il figlio del re, l’erede al trono. Eppure nessuno sembra interessato. È la storia di Gesù e del suo rapporto difficile con Gerusalemme, la città amata che uccide i profeti.
Succede che gli invitati, presi dai loro affari, dalle liturgie laiche e feroci del guadagno, non hanno tempo da perdere per le persone, per gli incontri, per la gioia e gli affetti. L’idolo della quantità ha chiesto in sacrificio la qualità della vita. Dice il Vangelo: non se ne curarono. Dio non è interessante, non è attraente.
La parabola avanza e racconta cose molto dure: Presero i servi e li uccisero. A questo segue la reazione violenta del re: si passa da una festa ad una strage dentro una città in fiamme. Dalle danze nuziali a un invitato legato mani e piedi e buttato fuori.
Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Se cuori e case e villaggi si chiudono, il Signore apre incontri altrove, e invia di nuovo i suoi servi.
L’ordine del re è illogico: Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. È bello questo re che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le innalza: Chiamate tutti!
Lui allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: Fateli entrare tutti, addirittura prima i cattivi e poi i buoni. Scandalo per il fariseo che è in me.
La sala si riempie di esclusi. Aveva detto infatti: Cercate ai crocicchi delle strade, là dove ha fine la vita: cercate quelli arrivati al termine della strada, che non ce la fanno più, i lasciati soli.
E il re entrò nella sala. Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi. Qui seduto alla mia destra, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime.
Aveva mandato a cercare gli straccioni, i senza tetto, i male in arnese e si meraviglia che uno non abbia l’abito nuziale? L’abito di cui parla il re non è il simbolo di una vita immacolata, infatti la sala è piena di brave persone e di cattivi soggetti mescolati insieme. Quell’abito di festa è la metafora della fede. L’invitato si è sbagliato su Dio, lo pensava un Dio incolore, incapace di far festa. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia, sulla vita e sulla morte, sull’uomo e il suo destino» (D. M. Turoldo). L’invitato senza abito da festa è un uomo triste: non ha capito che credere è una festa, è acquisire bellezza del vivere, che è una scala di luce posata sul cuore e lungo la quale scende un Dio esperto di gioia che porta in dono giorni amorosi e contagiosi.
Un Dio cui piace sconfinare, pascolare nella terra dell’uomo, e non nel solito paradiso. Un Dio che gode nello stare insieme agli uomini.
Padre della gioia.
 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Siamo invitati al banchetto
Pierangelo Comi

 

cuffia1 Venite al banchetto nuziale
Anna Maria Galliano - Daniele Ricci

 

cuffia1 Il Signore è il mio pastore
Rinnovamento nello Spirito


cuffia1 Tutto è possibile
Giuliano Pili - Nuovi Orizzonti Music

 

  

 

 

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 

 


04 10 2026

   XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno A- 

 "Darà in affitto la vigna ad altri contadini."

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 21, 33-43


 

LA VIGNA E LA VELA

Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e averci lavorato, per nominarle per ben sei volte nei vangeli con parabole chiare e dirette, per aver detto di sé: io sono la vite, mio Padre è il vignaiuolo, voi siete i tralci.
Ma oggi, nel Vangelo, c’è una vigna da cui si vendemmiano sangue e tradimento. Una parabola dura, che vorremmo non aver ascoltato. Cupa, feroce, che racconta come la realtà attorno a lui si sia fatta cattiva.
Eppure mi conforta vedere quanto è grande questo Dio tenace che dopo ogni tradimento ricomincia a mandare servitori, profeti, e poi il suo stesso figlio; e quando questi sarà sepolto fuori dalla vigna, fuori Gerusalemme, come pietra scartata, lo farà risorgere, vero vincitore disarmato.
La parabola è trasparente. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: vigna e delusione di Dio.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto? È bella questa immagine di Isaia di un Dio appassionato, che si domanda, come ogni genitore, che cosa potevo fare di più per mio figlio?
La parabola cammina verso un epilogo sanguinoso: Costui è l’erede, uccidiamolo e avremo noi l’eredità! Uccidere per avere: li ispira quella forza primordiale, antica, selvaggia e stupida che in ciascuno dice: Prendi il posto dell’altro, schiaccialo, toglilo di mezzo e avrai il suo campo, la sua casa, la sua donna, i suoi soldi.
Che cosa farà il padrone della vigna? La risposta dei capi è tragica. Vendetta e morte, il fuoco dal cielo. Rispondere al male con ulteriore male. Forse anche noi preferiamo un Dio che metta a posto i disonesti, giustiziere con gli altri e misericordioso con noi. Chi non l’ha pensato qualche volta? Gesù preferirà invece andare fino in fondo alla misericordia, e per non perdere nessuno preferirà essere appeso come l’ultimo dei malfattori. E qui introduce la novità del suo Vangelo: la storia dell’amore e del tradimento tra uomo e Dio fiorirà in una vigna nuova.
Perciò io vi dico: il Regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. La vigna sarà data a chi saprà difenderla e farla fruttificare.
I miei dubbi, i miei peccati, il mio tradimento non sono in grado di fermare il suo piano, che avanza nonostante me: la vigna darà frutto, perché Dio non spreca la sua eternità in vendette.
Lanza del Vasto ha intitolato un suo libro con una bellissima immagine visionaria: L’arca aveva una vigna per vela. L’arca del mondo, che galleggia sulle acque di questi ininterrotti diluvi e li attraversa, è sospinta da una vela che è Cristo-vite, della quale noi siamo tralci. Stessa linfa, stesso tronco, stessa radice. Insieme, a rendere la vela sempre più grande e a catturare il vento buono di Dio.
E la terra avanzerà verso una vendemmia di giustizia e di festa, senza più maturare grappoli neri di sangue e amari di lacrime. Noi la vela, Dio il Vento.
 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Il cantico delle creature
Angelo Branduardi

 

cuffia1 Laudato sì
Michele Paulicelli

 

cuffia1 Benedicat tibi Dominus
Testo S. Francesco 
Musica Siro Merlo
Esecuzione Piccolo Coro dell'Antoniano


cuffia1 La predica della perfetta letizia
Angelo Branduardi 

 

  

 

 

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 

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