02 Giornata mondiale del malato

 Giornata mondiale del malato

 

XXXIV Giornata Mondiale del Malato – 11 febbraio 2026

 

Il Papa sceglie il tema per la Giornata del Malato 2026:

 “La compassione del samaritano”

Per la ricorrenza che si celebrerà l’11 febbraio 2026, Leone XIV vuole mettere al centro la figura evangelica dell’uomo che ci insegna ad “amare portando il dolore dell’altro”. Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: l’amore ha bisogno di gesti concreti di vicinanza, soprattutto per farsi carico di chi vive la malattia, “spesso in un contesto di fragilità a causa della povertà, dell’isolamento e della solitudine”
 

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro”. È questo il tema scelto da Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, che verrà celebrata l’11 febbraio 2026, festa di Nostra Signora di Lourdes. Un tema che, si legge in un comunicato del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, “mettendo al centro la figura evangelica del samaritano che manifesta l’amore prendendosi cura dell’uomo sofferente caduto nelle mani dei ladri, vuole sottolineare questo aspetto dell’amore verso il prossimo”. Infatti l’amore “ha bisogno di gesti concreti di vicinanza, con i quali ci si fa carico della sofferenza altrui, soprattutto di coloro che vivono in una situazione di malattia, spesso in un contesto di fragilità a causa della povertà, dell’isolamento e della solitudine”.

Gesù è il “buon samaritano” che si avvicina all’umanità ferita

Anche oggi Gesù Cristo, “buon samaritano”, conclude il comunicato, si avvicina all’umanità ferita per versare, attraverso i sacramenti della Chiesa, “l’olio della consolazione e il vino della speranza”, ispirando così azioni e gesti di aiuto e di vicinanza per coloro che vivono in condizioni di fragilità a causa della malattia. E’ la “rivoluzione dell’amore” invocata da Leone XIV nell’omelia della Messa celebrata il 13 luglio scorso nella parrocchia pontificia di san Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo, dedicata al protagonista di una delle “più belle e suggestive parabole” del Vangelo, che ha “al centro” proprio la compassione.   

Guardare “con gli occhi del cuore”

Il mondo che sembra aver messo da parte la misericordia e perso la capacità di farsi “trafiggere il cuore” davanti a chi vive nel dolore, sottolineava il Papa, è rappresentato dallo sguardo di chi, come il sacerdote e il levita che, davanti a un uomo ferito che si trova sul ciglio della strada dopo essere incappato nei briganti, ”lo vide e passò oltre”. Mentre lo sguardo di chi vede “con gli occhi del cuore”, “con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro”, è quello buon samaritano, immagine di Gesù.

Diventare segni della compassione di Dio nel mondo

L’umanità, proseguiva il Pontefice, “ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte”. Dio, però, “ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia”. Misericordia e compassione sono le caratteristiche di Dio, sottolineava Papa Leone, e credere in Lui “significa lasciarsi trasformare perché anche noi possiamo avere” un cuore “che si commuove, uno sguardo che vede e non passa oltre, due mani che soccorrono e leniscono ferite, le spalle forti che si prendono il carico di chi è nel bisogno”. Così, “guariti e amati da Cristo, diventiamo anche noi segni del suo amore e della sua compassione nel mondo”.

I gesti concreti che esprimono la cura verso gli altri

Leone XIV ha approfondito i temi della parabola del samaritano anche nella catechesi dell’udienza generale dello scorso 28 maggio, nella quale sottolineava più volte che la compassione, l’amorevole cura verso gli altri, l’attenzione per il prossimo, si esprimono “attraverso gesti concreti”. Il samaritano descritto dall’evangelista Luca, spiegava, si ferma “semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto”. E commentava che “se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza, ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare”. E’ quello che fa il samaritano, che “fascia le ferite” dell’uomo moribondo “dopo averle pulite con olio e vino”. Lo porta con sé, “cioè se ne fa carico, perché si aiuta veramente se si è disposti a sentire il peso del dolore dell’altro”, specificava il Pontefice, e poi per lui trova “un albergo dove spende dei soldi”, impegnandosi “a tornare ed eventualmente a pagare ancora, perché l’altro non è un pacco da consegnare, ma qualcuno di cui prendersi cura”.

La fretta che ci impedisce di provare compassione

Diverso è il comportamento di coloro che passano oltre, come noi quando le nostre vite frenetiche non ci permettono di essere compassionevoli, e riteniamo di dover dare spazio anzitutto alle nostre occupazioni. “È proprio la fretta così presente nella nostra vita – ricordava Papa Leone - che molte volte ci impedisce di provare compassione. Chi pensa che il proprio viaggio debba avere la priorità, non è disposto a fermarsi per l’altro”. La parabola, concludeva il Papa, esorta ad “interrompere il nostro viaggio” e ad “avere compassione”, e questo potrà accadere “quando avremo capito che quell’uomo ferito lungo la strada rappresenta ognuno di noi” di cui Gesù si è preso cura tante volte.

 

 

 

La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro

 

Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

 

  1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

 

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo».[1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.[2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia.[3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono.[4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro»,[5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo».[6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

 

  1. La missione condivisa nella cura dei malati

 

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità».[7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto».[8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini.[9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti.[10]

 

  1. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

 

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,12.16)».[11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili.[12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.[13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza [14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio».[15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio».[16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

LEONE PP. XIV

 

[1] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 63.

[2] Cfr ibid., 80-82.

[3] Cfr S. Agostino, Discorsi, 171, 2; 179 A, 7.

[4] Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus charitas est (25 dicembre 2005), 34; S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 28

[5] S. Francesco d’Assisi, Testamento, 2: Fonti Francescane, 110.

[6] S. Ambrogio, Trattato sul Vangelo di San Luca, VII, 84.

[7] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 78.

[8] S. Cipriano, De mortalitate, 16.

[9] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 24.

[10] Cfr ibid., 31.

[11] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 26.

[12] Cfr ibid.

[13] Cfr Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 79.

[14] Cfr ibid., 101.

[15] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 53.

[16] Francesco, Messaggio ai partecipanti al 33° Festival internazionale dei giovani (MLADIFEST), Medjugorje, 1-6 agosto 2022 (16 luglio 2022).

 

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