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Riflessioni vangelo della domenica

 

07 12 2025

    II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)  

 "Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!"

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

 

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 3,1-12

 

 

 


 

PICCOLI PASSI

 

Due Profeti, uno dalla sabbia del deserto, uno dalle acque di Galilea. Giovanni il Battezzatore, nell’arsura del deserto di Giuda, predica: convertitevi, perché il regno è vicino. Gesù, sulle rive del lago di Cafarnao, fa rimbalzare l’identico annuncio: convertitevi perché il regno è vicino.
Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno dal nome regno dei cieli, che è un mondo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro: è possibile, è ormai iniziato.
Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze e ora è vicinissimo a te.
Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza dietro cui perdere il cuore. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco, una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo. Convertitevi! Giratevi verso la luce, che è bella e cambia il modo di vedere gli uomini e le cose.
Se guardo con attenzione, io vedo che il mondo è più vicino al regno di Dio oggi di ieri: è cresciuta la libertà di essere se stessi, l’autenticità nelle relazioni, è cresciuta la solidarietà verso i deboli, verso i disabili c’è stata una autentica rivoluzione, sono cresciuti l’istruzione, la scienza e il rispetto per il creato e la vita.
Anche altro è cresciuto: tra il buon grano radici di guerre e inganni, solitudine e disgregazione dei legami, idolatria del denaro, della forza e dell’apparire, insofferenza verso chi chiede aiuto. Zizzania e buon grano.
Ma io credo nella buona notizia di Isaia, di Giovanni, di Gesù.
Perché il cristiano non è ottimista, ha speranza. L’ottimista tra due ipotesi sceglie quella positiva. Io scelgo il Regno, lo faccio per un atto di speranza: perché Dio si è impegnato con noi in questa nostra storia, con un intreccio così scandaloso da arrivare fino alla morte di croce.
Chiniamoci con attenzione e lo vedremo, nell’intimo di ciascuno, nell’umiltà dei giorni e dei segni: egli viene.
Perché viene? Perché prima ancora che un mio problema, la salvezza è un desiderio di Dio.
Con le immagini potenti della scure e del fuoco, il vangelo racconta che Dio raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che ci permette di intravvedere germogli anche sulle macerie.
Dio viene dentro la passione d’amore, dentro la fedeltà al dovere, dentro il coraggio di sperare, la generosità di rimanere accanto, nella gioia della libertà raggiunta, quando accetto la sproporzione tra ciò che mi è promesso e ciò che stringo fra le mani, e tuttavia faccio avanzare di un passo, di un millimetro, di un niente, la bontà del mondo.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Dal tronco di Iesse
Fabio Baggio

cuffia1  Re di giustizia e di pace
Francesco Buttazzo

cuffia1  Il Signore è vicino
Daniele Ricci (dal Musical “Il Messia”)

cuffia1  Vieni in mezzo a noi
Pasquale Dargenio - Matteo Zambuto

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 


30 11 2025

    I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)  

 "Vegliate, per essere pronti al suo arrivo."

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

 

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 24,37-44

 

 


 

TEMPO DI ATTESE E PROFETI

 

Tempo d’Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo. Dio è colui he invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni “hinnon” (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio. Desiderarlo, come i “desiderantes”, quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all’accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio e attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti.
Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e “non si accorsero di nulla”, non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia. I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra.
Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita. Non dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull’orlo dell’infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all’incontro con il Signore; l’altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E’ un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l’appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell’intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Venite saliamo al monte del Signore
Marco Frisina

cuffia1  Innalziamo lo sguardo
Francesco Buttazzo

cuffia1  Verrai Signore
Anna Benedetti - Gianluca Anselmi

cuffia1  Come vorrei
Stefano Zeni - Enrico Bertoldi - Andrea Testa

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 


23 11 2025

    XXXIV Domenica del tempo ordinario - Anno C -  NOSTRO SIGNORE GESÚ CRISTO RE DELL'UNIVERSO

"Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno."

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 23,35-43

 


 

CRISTO RE - La definizione perfetta

 

Sta morendo, in faccia al mondo che lo irride: “guardatelo, il re!”
Il titolo, un po’ barocco, della festa di oggi è: Gesù Cristo re e signore dell’universo. Ma come si fa ad applicarlo a uno inchiodato su un trono di sangue, che esibisce una corona di spine conficcata sul capo?
I soldati lo provocano: Fai un gesto di forza.
Uno invece gli chiede: fai un gesto di bontà, ricordati di me.
Un gesto di forza prodigiosa, oppure un gesto di bontà. I miracoli non servono a far crescere la fede, ma un gesto di bontà può compiere un miracolo.
Tutte le religioni primitive scelgono di servire un dio onnipotente. La fede di Gesù Cristo, invece, sceglie il Dio che tutto abbraccia, bontà immensa che penetra l’universo, il Dio “onni amante”.
Gesù rassicura gli Undici con tenerezza materna: ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo, fino al consumarsi del tempo. E come una madre davanti al figlio piccolo che deve imparare a stare senza di lei, trova le parole perfette per scacciare ogni paura.
Quelli impauriti siamo noi. E insieme a quel gruppetto frastornato egli ci lascia l’ultima certezza, che tutto illumina: Dio con noi, sempre. Emmanuele, sempre.
Non è forse un miracolo, questo? Non è la storia che, dopo l’incarnazione, continua da qui in avanti a girare all’incontrario? Dio che si dona, il Grande a servizio del piccolo.
Il ladrone prova a difendere Gesù da quella bolgia, con l’ultima voce che ha: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Il delinquente misericordioso ci rivela che anche nella vita più contorta si è incarnata una briciola di bontà, una goccia di bene. Nessuna esistenza è senza un grammo di luce.
Non vedi che patisce con noi?
Lui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida, semplice, perfetta: Colui che niente di male fa, a nessuno, mai. Solo bene, esclusivamente bene. E’ Signore e re proprio per questo, perché il mondo appartiene a chi lo rende migliore.
Non vedi che patisce con noi.? Che naviga in questo nostro stesso fiume di lacrime. E l’amore umano, che è così raro, così poco, così fragile, Dio lo prende dovunque lo trova.
Il ladrone “buono” aveva chiesto solo un ricordo: ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Non sperava altro.
Invece, Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé: oggi sarai con me in paradiso.
“Ricordati di me” prega il peccatore, “sarai con me” risponde l’amore.
Queste ultime parole di Cristo sulla croce sono tre editti regali, da vero re e signore dell’universo: oggi-con me-nel paradiso.
Il nostro Gesù, il nostro idealista irriducibile, di un idealismo selvaggio e indomito, ha la morte addosso, ma pensa alla vita di quel figlio di Caino che gocciola sangue e paura accanto a lui.
È sconfitto, ma pensa ad una vittoria, a un “oggi con me”, in un mondo che solo amore e luce ha per confine.
Miracolo del re sconfitto. Scandalo e follia della croce vittoriosa.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Cristo Re
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Re dei re
SDV Worship

cuffia1  Gesù ricordati di me
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Tra le tue braccia
SDV Worship

 

 

Vignetta  della Domenica

 


16 11 2025

    XXXIII Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita."

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Dal Vangelo secondo Luca 21, 5 - 19

 

 


 

“IL” FINE DEL MONDO

 

Dov'è la buona notizia in questo Vangelo di catastrofi, apocalittico ed estremo?
Siamo davanti al racconto di ciò che è accaduto in ogni tempo, e che oggi si ripete: guerre ovunque, violenza, arroganza, aria acqua terra avvelenati.
Siamo sul crinale ripido della storia, in equilibrio alla ricerca di una traccia: da un lato il versante oscuro della violenza; dall'altro la tenerezza che salva, una terra di pace dove “neppure un capello” andrà perduto.
E capiamo che il vangelo non parla della fine del mondo, ma del mistero del mondo; non la fine, ma il fine del nostro mondo.
Dobbiamo ascoltare il ritmo e il respiro ultimo di queste parole:
- quando sentirete parlare di guerre, non vi spaventate, non è la fine;
- sarete traditi e uccisi, ma nemmeno un vostro capello andrà perduto;
- vi saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle: ma voi alzate il capo, perché la liberazione è vicina.
Ad ogni descrizione di dolore segue un punto di rottura, e tutto cambia.
E questo succede ogni volta che mi prendo cura di un pezzetto della mia terra e delle sue ferite. A partire dal mio piccolo metro quadrato.
Esagerato? Sì, ma così bello. Il niente dei capelli usato da Gesù per dire che qualcuno ti vuole bene fibra dopo fibra, che nulla è insignificante per chi ti ama.
Salvare vuol dire conservare. E il credente sa che, per la Risurrezione di Cristo,
non va perduto nessun frammento d’uomo;
nessun atto d’amore,
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza.
Sulla terra intera, come nel mio piccolo campo, imperano menzogna e violenza. E io, cosa posso fare?
Usare la strategia del contadino. Rispondere alla grandine piantando nuovi vigneti, e per ogni raccolto perduto oggi prepararne un altro per domani.
Seminare e attendere, vegliando sulla vita che nasce. E perseverare, andando fino in fondo a un'idea, a un’intuizione, a un servizio, e sfociando così nella verità della vita: ogni atto umano totale ti avvicina all'assoluto di Dio.
Mi rimane scolpita l'ultima riga: Ma voi, risollevatevi.
Quel “ma” è come una resistenza, un’opposizione a tutto ciò che sembra vincere.
In piedi, a testa alta, occhi al cielo, liberi e profondi: così vede i discepoli il vangelo.
Verranno giorni nei quali non sarà lasciata pietra su pietra. Non c’è nessuna cosa terrena che sia eterna. Ma l’uomo sì, è eterno. È meglio che tutto crolli, comprese le chiese più belle, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo.
Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra?
Sì. Io credo di sì. Non dice: troverà ancora parrocchie, unità pastorali, diocesi, ma fede. Troverà quelli che credono che l’amore e la bellezza sono più forti della cattiveria, che la giustizia è più sana del potere. Quelli che credono che, nonostante tutte le smentite, questa storia non finirà nel caos o nel nulla, ma in un abbraccio.
Un abbraccio che ha nome ‘Dio’.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Nada te turbe
Taizè

cuffia1  Signore salvami
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Andiamo nel mondo
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Pietra su pietra
Soundchest

 

 

Vignetta  della Domenica

 


09 11 2025

    XXXII Domenica del tempo ordinario - Anno C -   DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

  "Venite benedetti del Padre mio."

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».  
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 2,13-22

 

 


 

DALLA SANTITÀ DEI MURI A QUELLA DEI VOLTI

 

Dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, radice di comunione da un angolo all'altro della terra. Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento, si è fatto dell'uomo la sua casa, della terra intera il suo cielo.
Nel Vangelo che ci viene proposto incontriamo il Gesù che non ti aspetti, con una frusta in mano. E’ il maestro appassionato, che usa gesti e parole di combattiva tenerezza, mai passivo e mai disamorato, che non si rassegna alle cose come stanno: lui combatte con noi far fiorire l’uomo e il mondo.
Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.
Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.
Gesù caccia i mercanti perché la fede è diventata oggetto di compravendita. I furbi la usano per guadagnarci, i pii per ingraziarsi il Potente: io ti do orazioni, tu mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Gesù caccia dal cortile gli animali dei sacrifici cruenti, anticipando il capovolgimento che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi. Non pretende nulla, dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri. Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).
Gesù ha molto amato il tempio di Gerusalemme, lo ha ammirato, si è indignato, ha anche pianto per la sua distruzione imminente. Lo ha chiamato «casa del Padre» e lo ha contestato: distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere.
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo. Tutto il resto è decorativo. Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo casa di Dio per sempre: c'è grazia e presenza di Dio in ogni creatura. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia e alla santità dei volti. Meglio che crollino tutte le chiese e i templi, piuttosto che cada un solo uomo.
Gesù non si rivolge ai custodi dei templi, ma a ciascuno: la casa ultima del Padre sei tu. Casa ingombra di pecore e buoi, di denari e di colombe che non lascia più trasparire Dio, ma incamminata a diventare di nuovo trasparenza e fessura di Dio. Che è ancora e sempre in viaggio: il misericordioso senza tempio cerca un tempio, il Dio che non ha casa la cerca proprio in me. Se lo accogliamo, solo allora tutto il mondo sarà cielo, cielo di un solo Dio.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1 Siamo Chiesa del Signore
Fabio Baggio

cuffia1  Nel tuo tempio
Tezy Veeren, Francesca Iorio
& SDV Worship

cuffia1  Entrerò nella tua casa o DIo
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Cacciata dei venditori
Daniele Ricci (dal Musical “Il Messia”)

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 

 

 

 


02 11 2025

    XXXI Domenica del tempo ordinario - Anno C -   COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

  "Venite benedetti del Padre mio."

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 25,31-46

 


 

LE BILANCE DI DIO

 

Una scena potente, drammatica, detta del “giudizio universale”, ma che in realtà è lo svelamento della verità sulla vita, su ciò che rimane quando non rimane più niente: l’amore.
Il vangelo mette in scena una domanda antica quanto l’uomo: cosa hai fatto di tuo fratello? La Parola di Gesù offre in risposta sei opere ordinarie, poi apre una feritoia straordinaria: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me! Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da giungere a identificarsi con loro: l’avete fatto a me! Il povero è come Dio, è corpo e carne di Dio. Il cielo dove il Padre abita sono i suoi figli.
E capisco che a Dio manca qualcosa: all’amore manca di essere amato. È lì nell’ultimo della fila, mendicante di pane, di casa, di affetto: i suoi piccoli li vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, consolati. E finché uno solo sarà sofferente, lo sarà anche lui.
Davanti a questo Dio resto incantato, con lui mi sento al sicuro. E così farò anch’io, mi prenderò cura di un fratello, lo terrò al sicuro al riparo del mio cuore.
Mi è d’immenso conforto sentire che l’argomento ultimo e decisivo non sarà il male che abbiamo commesso, ma il bene; lo sguardo del Signore non si posa su peccati, debolezze o difetti, ma sui gesti buoni, sulle briciole di gentilezza, sui bicchieri d’acqua donati.
Le bilance di Dio non sono tarate sul male, ma sulla bontà; non pesano tutta la nostra vita, ma solo la parte buona della nostra storia.
In principio e nel profondo, alla fine di tutto non è il male che revoca il bene che hai fatto, è invece il bene che revoca, annulla, sovrasta il male della tua vita. Sulle bilance del Signore una spiga di buon grano pesa più di tutta la zizzania del campo.
Gesù mostra così che il “giudizio” è divinamente truccato, è chiaramente parziale, perché sono ammesse sole le prove a discarico. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore (Giovanni della Croce), non su colpe o pratiche religiose, ma sul laico, umanissimo addossarci il dolore dell’uomo.
La via cristiana non si riduce però a compiere delle buone azioni, deve restare scandalosa, deve stagliarsi sull’orizzonte della storia, andare controcorrente, essere provocatoria nel riaffermare che il povero è il cielo di Dio! Di un Dio innamorato che canta per ogni figlio il canto esultante di Adamo per la sua donna: “Veramente tu sei carne della mia carne, respiro del mio respiro, corpo del mio corpo”.
Poi ci sono anche quelli mandati via. La loro colpa? Hanno scelto la lontananza: lontano da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, non li hanno umiliati o derisi, semplicemente non hanno fatto niente per loro. Omissione di fraternità. Indifferenza. Distanza. Glaciazione delle relazioni.
Al contrario il vangelo traccia la strada buona: tu ti prenderai cura! Metterai cuore e mani sulla fame e sulla sete, sul dolore e sul naufragio di qualcuno. Senza, non c’è paradiso.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Il Signore è mia luce e mia salvezza
Marco Frisina

cuffia1  Beati i puri di cuore
Paolo Spoladore

cuffia1  Come il cervo va all’acqua viva
Bob Hurd - Marco Deflorian

cuffia1  Vedremo cose grandi
Rinnovamento nello Spirito

 

 

Vignetta  della Domenica

 


26 10 2025

    XXX Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo."

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14

 


QUESTIONE DI STELLE

Due personaggi salgono al tempio a pregare: un fariseo devoto e buon cittadino, che paga le decime anche più di quanto dovuto, digiuna il doppio di quanto richiesto, e prega. E un pubblicano, un pubblico trasgressore della legge, uomo di denaro e di potere.
Il primo, ritto davanti all’altare, inizia ringraziando, ed è il modo giusto; ma poi sbaglia tutto, perché non fa che innalzare un monumento a se stesso; non vuole provare ad alzare la sua vita all’altezza di Dio, ma abbassare Dio alla sua misura.
E raddoppia lo sbaglio aggiungendo: io non sono come gli altri, tutti imbroglioni, ladri, falsi, disonesti. Io sono molto meglio. Ma non si può lodare Dio e disprezzare i suoi figli; è ateismo dire preghiere e al tempo stesso denigrare, umiliare, accusare.
Si possono osservare tutte le regole formali della religione, “ma guai a quelli che pagano la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e poi trasgrediscono giustizia, compassione, fedeltà” (Mt 23,23). Guai ai formalisti, che hanno cura per le più piccole rubriche e disprezzo per l’uomo.
Ed ecco il pubblicano, un grumo di umanità ricurva in fondo al buio del tempio, e della sua vita: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Non sa neanche tanto cosa dire, ma mette in campo tutto: corpo, cuore e voce; ne fa uscire una supplica, dove sorge un piccolo termine che cambia tutto: «tu», «Signore, tu abbi pietà di me peccatore».
E sotto quelle parole affiora tutto il non detto di una vita: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, non sono contento. Vorrei essere diverso, ma non ci riesco, non ce la faccio ancora, ma tu abbi pietà e aiuta”.
Lui tornò a casa sua giustificato. Perché l’altro no?
Perché il fariseo ha continuato a far ruotare tutto attorno a un altro piccolo termine seduttore: ‘io’, io pago, io digiuno, io... In fondo non prega Dio, ma l’immagine di sé proiettata nel cielo, una maschera che deforma il volto di Dio.
La parabola ci rivela due regole della preghiera, semplici come quelle della vita.
1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o in comunità, tanto meno con Dio. Il tu viene prima dell’io.
2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.
Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si apre al sole, una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua vera onnipotenza.
Il fariseo non vuole assolutamente cambiare, lui è a posto, sono gli altri a essere sbagliati, e forse un po’ anche Dio.
Il pubblicano invece si batte il petto perché non è contento, vorrebbe cambiare la sua vita, su di una misura più alta. Non sa più dov’è la sua stella, l’ha persa e vuole incamminarsi a cercarla.
Se smetto di cercare la mia stella, per me finisce il cielo.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Tu eri lì
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  La mia preghiera elevo a te
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Cosa resta di me
Gen Rosso

cuffia1  Come un profumo
SDV Worship

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 


19 10 2025

    XXIX Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui."

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»

Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,1-8

 

 


 

COME VOLER BENE

 

Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
Oggi Gesù ci porta a scuola di preghiera da una vedova povera. Povera in tutti i sensi, una che non ha pane per vivere, non ha amore, non neppure più il diritto per farsi ascoltare.
C'era un giudice corrotto dal quale la vedova si recava ogni giorno chiedendogli: fammi giustizia contro il mio avversario!
Avanti e indietro, continuamente.
Insistere è voce del verbo “credere”.
Senza stancarsi mai... Ma chi di noi non si è stancato? Le preghiere si alzavano in volo come colombe dall’arca del diluvio, e nessuna tornava indietro a portare una fogliolina di risposta nel becco.
Certo che pregare stanca, certo che Dio stanca: è il suo silenzio che stanca. Ma tu non arrenderti al ritardo di Dio: il nostro compito non è interrogarci sul ritardo del sole, ma forzare l’aurora, come fa la piccola vedova.
Che però incarna una forza vincente: ha fede nella giustizia, nonostante tutte le smentite. Il miracolo vero è già accaduto, è la fame di giustizia che non cede al lungo silenzio del giudice. Questo è il modo primo e originale con cui Dio «fa giustizia prontamente».
Pregate sempre... Ma come si fa?
Pregare non equivale a dire le preghiere. Pregare è come voler bene. C’è sempre tempo per voler bene; se ami qualcuno, lo ami sempre; se sei amico lo sei sempre, qualsiasi cosa tu stia facendo.
“Il desiderio prega sempre, anche quando la lingua tace.
Se tu desideri sempre, tu preghi sempre” (S. Agostino).
Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera.
Quando uno ha Dio dentro, non occorre che stia sempre lì a pensarci.
La donna incinta, ama sempre il bimbo che vive in lei, anche se non ci pensa.
Pregate sempre è detto, e non pregate a lungo. Io non amo le preghiere lunghe, mi fanno sentire in colpa per le distrazioni che aumentano man mano che si allungano le preghiere.
Ma un giorno ho letto nelle storie dei Padri del deserto che uno dei grandi monaci, Evagrio il Pontico, diceva: «Non sentirti soddisfatto per il gran numero dei salmi che hai recitato: il numero getta un velo sul cuore. Vale di più una sola parola nell’intimità, che mille stando lontano».
Come quando si vuol bene, come quei momenti perfetti che ti tolgono il fiato, così la preghiera.
Dio non ama la quantità, ma l’intensità. Infatti, per la logica del vangelo gli spiccioli della vedova contano più delle ricche offerte dei ricchi, perché dentro i suoi due centesimi c’è tutto il dolore, c’è tutta la sua vita.
Una donna che non tace ci rivela che la preghiera è un ‘no’ gridato al ‘così vanno le cose’, è come il primo vagito di una storia nuova che nasce.
Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere!
“Io prego perché vivo e vivo perché prego” (R. Guardini). Non si prega per ottenere delle cose, ma per ottenere Dio da Dio. Pregare è abbassare la bocca alla fontana, Dio che intreccia il suo respiro con il mio.
Come, per due che si amano, il loro bacio. Il bacio di Dio.

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Alza le braccia, apri il tuo cuore
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Preghiera
Pino Fanelli

cuffia1  La mia preghiera elevo a te
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Il mio cuore cerca te
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Vignetta  della Domenica

 

 


12 10 2025

    XXVIII Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di
questo straniero."

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 17,11-19

 


 

LA GUARIGIONE CHE NON SAI

 

Dieci lebbrosi a distanza, solo occhi e voce: Gesù, abbi pietà. Davanti al dolore in Gesù scatta un'urgenza di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più.
E infatti subito dice loro: Andate dai sacerdoti. Mettetevi in cammino.
Perché li manda via? Perché stanno già guarendo, anche se ancora non lo sanno, anche se ancora non lo vedono.
Il futuro entra in noi con il primo passo, prima ancora che accada; con il primo raggio di sole, con il primo seme che si apre.
A tutti noi Gesù dice “Kum!”. Alzati! Imperativo potente e indiscutibile.
Solo per questa scommessa di fiducia data a tutti, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro e non una guerra nucleare. Io lo credo.
Il mondo intero ha bisogno della nostra piccola fede di profeti, i quali credevano alla Parola di Dio più ancora che al suo attuarsi.
Una vergine partorirà, profetizza Isaia, ma lui non la vedrà.
Avrai più figli che stelle, ha detto ad Abramo. E Lui ci crede, fino alla fine, anche se ha un figlio solo, quell’Isacco che ha pure tentato di uccidere.
E a Mosè stesso, Dio farà vedere la terra promessa soltanto da lontano, regalandogli solo una struggente nostalgia.
Un Dio esigente con i suoi profeti?
“Sulla tua parola getterò le reti!”, aveva detto Pietro; “sulla tua parola ci mettiamo in cammino”, dicono i dieci piccoli lebbrosi, spalle al muro e piaghe aperte.
E mentre andavano, furono guariti.
E’ la strada ad essere guarigione, perché fermento di speranza. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando trova il coraggio di salpare. Lentamente, poco a poco, un piede dietro l’altro, e ad ogni passo una piccola goccia di guarigione.
La speranza è più forte dei fatti, li contesta e li attraversa. Non è la fede che si piega alla storia, è la storia che si piega alla speranza.
Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, un eretico, come modello di fede che salva. L'unico a cui Gesù dice: «la tua fede ti ha salvato». Ai nove che non tornano è invece sufficiente la guarigione, che li fa scomparire nel turbine della loro felicità.
Non tornano perché ubbidienti all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti.
E non vedono oltre.
Uno solo vede oltre le parole di Gesù.
E torna.
Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore.
Non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi eseguite, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla radice, trova la fonte e vi si immerge come in un lago. Non cerca doni, cerca il Donatore.
Come usciremo da questo vangelo? Io voglio tornare indietro come quel samaritano, e fare mia la madre di tutte le parole: “grazie”.
Torniamo indietro tutti, seguiamo la bussola del cuore e “affrettiamoci ad amare: le persone se ne vanno così in fretta!” (Ian Twardowski).
 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Cantiamo al Signor, grande nell'amor
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1   Io grido a te, Signore
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Fedele
LBN Worship

cuffia1  Non temere
Ester

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 

 


05 10 2025

    XXVII Domenica del tempo ordinario - Anno C -   

  "Se aveste fede!"

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Dal Vangelo secondo Luca Lc 17,5-10

 

 


 

DALL'ESSERE UTILE ALL'ESSERE, E BASTA

 

Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone.
C'era una volta un ricco... e un povero alla sua porta: inizio da favola antica. Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell’amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora. Uno è sul tetto del mondo, l’altro è in fondo alla scala. I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.
È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo.
Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi, di toccarlo neppure l'idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani. Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l'Eterno.
“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separa­va dal povero, e invece l'ha ra­tificato e reso eterno.
Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?
Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.
Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.
L'eter­nità inizia quaggiù, sarà la len­ta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.
Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).
Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”
E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.
«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)». 

padre Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 cuffia1  Loda il Signore anima mia
Gen Rosso

cuffia1   Anima mia loda il Signor
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Lui verrà e ti salverà
Rinnovamento nello Spirito

cuffia1  Tra le tue braccia
SDV Worship (Official Videoclip)

 

 

Vignetta  della Domenica

 

 


padre  Ermes Ronchi

fonte: https://blog.smariadelcengio.it/

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